NO TAX ON TIPS

Buffo titolo, che ha subito colpito la mia immaginazione. Che significa? Letteralmente “nessuna tassa sulle mance”. Ma procediamo con ordine inquadrando il problema di cui tratta l’articolo. Negli ultimi anni il governo sta provando ad alzare i salari minimi con una legge federale ogni Stato potrebbe sempre valutare minimi più alti. Sulla necessità di alzare gli stipendi gli schieramenti politici sono abbastanza concordi; lo scontro avviene su una categoria particolare di lavoratori che è da sempre esclusa dal contratto di salario minimo: sono le migliaia di lavoratori con mance, ossia baristi e camerieri di ristoranti e fast food.

Ma, inaspettatamente si e no, le fazioni (Dem e Rep) sono dalla stessa parte! La battaglia è contro le sigle sindacali e altri organismi civili che tentano di difendere i diritti di tutti i lavoratori, nessuno escluso. La lotta è impari, non tanto per i numeri, ma per i colpi bassi e la feroce e infida propaganda che la parte istituzionale ha messo in campo. Decido di inoltrarmi nell’articolo di Eyal Press e scopro una realta lavorativa sottosopra, un mondo al contrario dove persino i nomi delle leggi, non più solo i testi, sono incomprensibili e fuorvianti, fanno apparire l’opposto di ciò che è. Scopro di essere entrata nell’antro della menzogna più spudorata.

Dipaniamo l’articolo. La mancia per questi lavoratori costituisce la principale fonte di reddito, anche se la formula lavorativa varia parecchio da Stato a Stato: se, ad esempio, California e Colorado si distingono come virtuosi con leggi che impongono salari minimi di 20 dollari l’ora il primo e di 15,79 dollari il secondo, non lo stesso si può dire di ben sedici Stati che difendono strenuamente una paga oraria di soli 2,13 dollari; in alcuni è persino possibile applicare un credito sulle mance, cioè abbassare lo stipendio minimo di legge qualora le mance lo superino – in altre parole il datore può non sborsare un penny al lavoratore. Questo conteggio si fa grazie al pagamento elettronico (non obbligatorio ma massimamente usato da tutti e capillarmente diffuso sul territorio); appena prima di chiudere la transazione sul display appaiono le opzioni in percentuale sul conto destinate alla mancia: no tip, 5%- 7%- 10%” e cosi via.

Amiche/i che lavorano nella ristorazione italiana mi raccontano che la mancia è per loro un premio, il riconoscimento di una professionalità, e pertanto è vissuta come un fatto positivo. Ricordo anche che tra ragazzi, durante i lavori estivi, era consuetudine dividerle fraternamente. Ma, nessuno si sarebbe mai sognato di considerare un lavoro come serio se interamente sussidiato da regalie. Come noi la pensa Saru Jayaraman.

L’idea delle mance come sostituto dello stipendio è “un’eredità diretta della schiavitù”, dice la fondatrice del Food Labor Research Center dell’UC Berkeley e presidente di un’organizzazione che patrocina i diritti dei lavoratori chiamata One Fair Wage. Sempre Saru, raccontata da Eyal Press, rileva che dopo l’emancipazione (la fine della segregazione dei neri), la pratica prosperò in aziende come la Pullman Company, che assumeva uomini ex schiavi come facchini ma si rifiutava di pagarli, costringendoli a dipendere dalle elemosine dei clienti bianchi. E non è un caso che immigrati e neri siano oggi sovra-rappresentati tra i lavoratori che ricevono mance. Lo stesso vale per le donne, la cui dipendenza dalle mance le rende vulnerabili non solo alle molestie, ma anche alla discriminazione. In un recente libro, One Fair Wage: Ending Subminimum Pay in America, Jayaraman cita uno studio che rivela che, a New York, le donne nere nei ristoranti guadagnano otto dollari l’ora in meno rispetto ai loro colleghi maschi bianchi, in parte perché i clienti lasciano loro meno mance. Saru viene definita come colei che in questi tempi più di tutti si è scontrata con le lobby della ristorazione per la difesa dei diritti del lavoro. Logicamente ci aspetteremmo che il suo nome ricorra sulle bocche delle centinaia di migliaia di lavoratori costretti a salari da fame come l’eroina di classe; purtroppo non è così.

Una vecchia parabola racconta di due giovani davanti a un pozzo; una è la verità, l’altra la menzogna. La giornata è splendida e l’acqua invitante; la menzogna convice la verità a fare un bagno nude in quello specchio puro, ma quando entrambe sono scese nella fonte, l’impostora con un balzo scappa fuori rubando i vestiti dell’altra. Disperata la verità la rincorre ma gli uomini che incontra la sbeffeggiano e irridono, tanto che la poveretta da allora è costretta a nascondersi. Dunque, constatiamo che la menzogna si aggira per il mondo impunemente vestita da verità, in molti ci cascano e i lavoratori non fanno eccezione.

Eyal Press ci racconta di un disegno di legge dell’Arizona, il
Tipped Workers Protection Act – un nome da specchietto per allodole, quale effettivamente è – che qualora fosse stato approvato, avrebbe permesso ai datori di lavoro di pagare i lavoratori con mance (camerieri-baristi) il venticinque per cento in meno rispetto al salario minimo statale (in uso per altre categorie di lavoratori) ovvero 14,35 dollari l’ora. In Arizona, il salario minimo per i lavoratori con mancia era già di 11,35 dollari l’ora. La formula proposta avrebbe permesso ai datori di lavoro di pagare i lavoratori con mance solo 10,76 dollari l’ora, un taglio salariale che avrebbe ridotto lo stipendio annuo di un cameriere a tempo pieno di milleduecento dollari. Il principale sostenitore del Tipped Workers Protection Act era l’Arizona Restaurant Association, una lobby del settore che rappresenta gli interessi dei proprietari e che pur di mantenere lo status quo si è dimostrata pronta ad ogni inganno tra cui lo sfoggio di un “comitato di lavoratori”, in magliette verdi su cui campeggiava la scritta Save Our Tips, in protesta davanti alla Commissione Commercio della Camera dei Rappresentanti dell’Arizona. Chiunque passando di lì avrebbe pensato che si fosse trattato di lavoratori impegnati nella difesa del proprio salario. Invece, per togliersi ogni dubbio sul perchè della scritta, Analise Ortiz, una democratica della commissione, andò a chiederglielo scoprendo così che i manifestanti erano più a favore di un’abbassamento del salario piuttosto che di un suo aumento – il riferimento era a una iniziativa referendaria, il One Fair Wage Act, che avrebbe portato a 18 dollari l’ora il salario minimo garantito, includendo anche i lavoratori con mancia entro il 2028. L’argomentazione, piuttosto banale, era che gli avventori di bar, ristoranti e fast-food avrebbero disertato i locali, si sarebbero persi posti di lavoro e ci sarebbe stata penuria per tutti. Quindi, chissà poi perché, doveva par giusto che a sacrificarsi dovesse essere proprio l’anello più debole della catena. Nessuna delle due proposte passò.

Nell’intricato e retrogardo panorama degli States e delle lobby che lo compongono non è certo solo l’Arizona a distinguersi per difetto di chiarezza. Vediamone qualche altro caso. Spostiamoci in Massachusetts (sede prestigiose università del mondo, il Massachussets Institute of Technology (MIT) e di Harvard, della potente e ricca città di Boston e dove Elizabeth Warren vince a mani basse– tanto per dire che non è proprio uno Stato depresso). L’anno scorso fu proposta la Domanda 5 per portare la paga base dei lavoratori con mance da 6,75 dollari l’ora a 15 dollari l’ora, l’equivalente del salario minimo statale, entro il 2029. Mitchell Gaynor, cresciuto in una famiglia operaia e costretto spesso a lavorare nei ristoranti per una paga misera, se ne fece promotore presso la propria categoria nella convinzione che i colleghi avrebbero appoggiato la proposta. Invece, racconta che ha “perso amici per questo”, poiché molti camerieri si sono convinti che approvare la Domanda 5 avrebbe costretto i ristoranti ad aumentare i prezzi a tal punto che i clienti avrebbero smesso di dare mance o di mangiare fuori. Questo era stato un messaggio elaborato dalla Massachusetts Restaurant Association ci spiega Eyal Press. L’idea veniva spesso trasmessa direttamente dai capi ai dipendenti che ricevevano mance. Una cameriera racconta che la proprietaria del suo ristorante aveva preso da parte i dipendenti prima di un turno e li aveva esortati a “diffondere la voce per votare no alla domanda 5”, in modo che le loro mance non venissero decurtate. In alcuni ristoranti e bar, cartelli con la scritta “Vota No alla domanda 5” erano affissi in punti ben visibili, per garantire che anche i clienti recepissero il messaggio. Un altro cameriere ha mostrato le foto degli scontrini che lui e i suoi colleghi distribuivano ai clienti: “il vostro personale vota ‘NO’ alla domanda 5”, recitavano in cima. La propaganda della lobby fu un successo; nell’avveniristico e tecnologico Stato del Massachussets due terzi degli elettori votarono no.

Un po’ ovunque fior fiore di economisti, raffinati quanto prezzolati, si sono spesi in lavagne di numeri e letali prognostici così che la tesi della fuga dal ristorante, con l’inevitabile ammanco della mancia, ha paralizzato ogni forma di coscienza politica del lavoratore sfruttato. Tuttavia sono parecchi gli studi eseguiti sul territorio che dimostrano il contrario. Già nel 1994 l’ American Economic Review pubblicò un articolo che metteva in discussione questa convinzione. I suoi autori – David Card, che avrebbe poi vinto il premio Nobel per le sue ricerche sui mercati del lavoro, e Alan Krueger, allora professore a Princeton – monitorarono i livelli di occupazione nei fast-food del New Jersey prima e dopo l’aumento del salario minimo da parte dello Stato, confrontando poi questi dati con la situazione nella vicina Pennsylvania, dove il salario minimo non era cambiato. Non trovarono “alcuna indicazione che l’aumento del salario minimo avesse ridotto l’occupazione”. Nel 2010, un team di economisti esaminò trecentosedici coppie di contee sul lato opposto dei confini statali dove, per un periodo di sedici anni e mezzo, il salario minimo era aumentato da una parte ma non dall’altra. Anche in questo caso non sono stati riscontrati effetti negativi sull’occupazione. Così come in California non si assiste a nessuna flessione negativa del mercato occupazionale a causa della paga oraria dignitosa riconosciuta ai lavoratori con mance. Un dettaglio da non sottovalutare è che le proposte di legge migliorative non prevedevano l’abolizione della mancia, ma mettevano una tutela economica al lavoratore e lo equiparavano agli altri della categoria – il salario minimo dei “con mance” è considerato un sub-salario; purtroppo molti dei lavoratori interessati dai possibili provvedimenti non l’avevano nemmeno capito e temevano che non gli sarebbero più state concesse le mance. Capitò a Max Hawla, barista nello Stato di Washington, DC, che si rese conto dell’inganno solo tempo dopo chiacchierando con un collega di Seattle, nell’Oregon, il quale oltre al salario minimo dignitoso e garantito sommava a fine mese le mance. I casi trattati nell’articolo “no tax on tips” sono molti di più, mi sono limitata a riportarvi due significativi. 

Prima di chiudere l’articolo e tirare le somme facciamo due conti in tasca ai lavoratori della ristorazione americana. L’autore dell’articolo riporta sia i dati pubblicati dalla lobby della ristorazione nazionale, la National Restaurant Association (che alcuni chiamano l’ “altra NRA” per distinguela dalla lobby delle armi, ma altrettanto famigerata), che quelli di Istituti Federali o indipendenti. Giustamente si osserva che non si può dar troppo credito al parere dell’oste… In contrasto agli alti numeri che diffonde la NRA, si legge nel rapporto del Bureau of Labor Statistics, che nel 2023 la retribuzione oraria media di camerieri e cameriere (mance incluse) era di 15,36 dollari; che un quarto dei camerieri a tempo pieno guadagna meno di ventiquattromila dollari all’anno. Sebbene i camerieri nei ristoranti di lusso possano guadagnare diverse volte questa cifra, ci sono molti più lavoratori a basso reddito che lavorano in posti come IHOP, Cracker Barrel e varie altre catene di fast food. Inoltre, rispetto agli altri dipendenti del settore privato, i camerieri dei ristoranti hanno molte meno probabilità di ricevere un’assicurazione sanitaria, un congedo per malattia retribuito e altri benefit.

Eyal Press riporta la testimonianza di un cameriere di Denver che l’anno scorso ha guadagnato quarantamila dollari lavorando a tempo pieno. Vive di stipendio in stipendio, racconta, senza assistenza sanitaria, e non riuscirebbe ad immaginare di sopravvivere se il suo stipendio orario venisse ridotto di quattro dollari. Lo scontro principale è proprio sull’ impedire nuove leggi che alzino o equiparino i salari dei lavoratori con mance al salario minimo. I blocchi politici (democratici-repubblicani) sembrano in questo alleati. Nel periodo pandemico il senatore Bernie Sanders riusci a forzare un voto in favore per portare il salario minimo a 15 dollari ora per tutti i lavoratori. L’allora segretario di Sanders, Ari Rabin-Havt, racconta di non aver mai ricevuto tante parolacce dai suoi compagni di schieramento. Il provvedimento fu presto ritirato. In Colorado, altro Stato progressista, apprendo con un singulto di orrore che il governo è arrivato a proteggere i datori di lavoro che rubano sulle paghe dei dipendenti, di nuovo cedendo alle pressioni della lobby.

Diciamo che negli Stati blu la lotta diventa più accanita e la menzogna si fa più subdola. E negli Stati rossi? Il dibattito e l’azione sindacale sono molto più indietro. Cito un ultimo caso, quasi di costume essendoci di mezzo l’attuale Presidente degli States. L’origine dell’idea pare sia nata in Nevada, Stato dove sorge la stella, Vegas. Nel roboante “One Big Beautiful Act” non poteva mancare anche un favore alla NRA, niente più tasse sulle mance! La propaganda era stata condita, come al solito, dalla storiella di una bellissima cameriera di Las Vegas che al biondo Presidente suggerì “E mi ha guardato e ha detto: ‘Signore, non dovrebbero esserci tasse sulle mance'”. Peccato però che secondo il Budget Lab di Yale, il 37% dei lavoratori con mance non guadagna abbastanza per pagare le tasse federali sul reddito. Mentre categorie come i croupier dei casinò che guadagnano stipendi a sei cifre con le mance riceveranno ampie agevolazioni fiscali. Anche le strutture alberghiere potrebbero avvantaggiarsene spostando sempre più personale al di fuori dei salari contrattuali per ridurre i costi del lavoro.

Ma non appare chiaro a tutti che in nome del sacro profitto il peso economico finisce sempre più sulle spalle della società civile? non importa da che parte si sta, stiamo collassando. Se il costo del lavoro viene sempre più scaricato sul fruitore senza un contratto formale si sta tornando a dinamiche malsane di rapporto lavorativo. Più basato sulla simpatia che sulla giustizia. E non è questa un’altra idea-motore del neo-liberismo? Un sistema che spinge a una competizione che non è creativa, come vorrebbero farci credere, ma divisiva. Perchè vogliamo contribuire a questo modello di società? Perchè continuamo a sostenerlo nostro malgrado? Forse perché non riusciamo a vedere quando le sue radici siano profonde? E allora è bene ricordarsi ogni tanto che la menzogna gira vestita da verità.

https://www.newyorker.com/magazine/2025/08/04/no-tax-on-tips-is-an-industry-plant

Eyal Press has been writing for The New Yorker since 2014 and became a contributing writer in 2023. He has written for the magazine about a range of subjects, including mass incarceration, the abortion conflict, social inequality, labor, and workplace conditions. He is a past recipient of the James Aronson Award for Social Justice Journalism and the author of several books, including “Beautiful Souls,” a study of moral courage, and “Dirty Work,” which won the 2022 Hillman Prize for Book Journalism.

Eyal Press scrive per il New Yorker dal 2014 ed è diventato collaboratore nel 2023. Ha trattato per la rivista una vasta gamma di argomenti, tra cui l’incarcerazione di massa, il conflitto sull’aborto, la disuguaglianza sociale, il lavoro e le condizioni di lavoro. Ha ricevuto in passato il James Aronson Award for Social Justice Journalism ed è autore di diversi libri, tra cui “Beautiful Souls”, uno studio sul coraggio morale, e “Dirty Work”, che ha vinto l’Hillman Prize for Book Journalism nel 2022.

 

 

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