Questa storia parte dalla sua coda. (Scelgo di usare questo termine “coda” proprio per il suo richiamo diabolico.) Lo spunto proviene dalla lettura di un profilo apparso sul New Yorker la scorsa estate (2024); ma, invece di seguire l’ordine cronologico della vita del personaggio ritratto, decido che per inquadrare il mio tema sia meglio partire dal fondo raccontando di un evento accaduto di recente, quando il mondo si stava finalmente riaprendo dopo le chiusure pandemiche. Inizio dal fatto nudo e crudo senza ancora svelarvi i protagonisti.
C’è una giovane donna, un’artista talentuosa, che è stata notata da un anziano mecenate (per ora chiamiamolo così). Per mesi si sono scritti quasi ogni giorno, scambiandosi vedute sul mondo e costruendo una tenera amicizia di penna (erano entrambi rinchiusi nelle rispettive dimore e in Stati diversi). Ecco che, con il riprendere delle consuete relazioni umane, lui decide di organizzare un meraviglioso happening per presentare la nuova musa. Lei non ci sta nella pelle, come si può immaginare, prende al volo un aereo e raggiunge il mentore. Lui le dà carta bianca per la festa, che si terrà in una magione da trentacinque milioni di dollari (senza contare la ristrutturazione). Lei organizza tutto a puntino, concedendosi di invitare amici, ma, quando scopre che lui non li conosce, prova un sentimento quasi di vergogna – le sue relazioni sono così terribilmente anonime.
L’evento, pur con qualche caduta di stile (il vecchio si ubriaca, si sbrodola, dice cose senza senso, urla), è un gran successo e la giovane donna quella sera rientra in albergo pregustando come potrebbe essere bella ed eccitante la sua vita a venire. Si sente come chi ha vinto il primo premio di una lotteria milionaria. Il passo successivo non è che un dettaglio formale, una firma su un contratto che la consacrerà nei salotti dorati del pianeta e le garantirà fama e provvigioni sicure almeno a cinque zeri. Me la immagino teatralmente, mentre si accinge ad appoggiare il pennino a sfera sulla carta quando le esce dalle labbra, quasi fosse scappata da sola, una frase galeotta: “ma… che succederà quando tu verrai a mancare?” Uno scrupolo pratico? O una scintilla di coscienza che per raggiungere il suo scopo sfrutta la via che trova. Non lo sapremo mai con esattezza; sta di fatto che quell’innocente domanda scatena il putiferio. L’anziano va su tutte le furie, parlare della sua morte durante la definizione di un contratto?!! Ma come si permette questa sciocca! L’ultima arrivata, per giunta. La rimproverà seccamente, le chiede gratitudine per ciò che lui ha già fatto per lei, e così via. Lei è sempre più disorientata; decide di prendersi una pausa con sé stessa e usa la scusa del bagno. Al suo rientro in salotto lui se n’è andato offeso, probabilmente convinto che lei sarebbe presto strisciata ai suoi piedi. Si sbaglia; la giovane donna decide di legarsi stabilmente a un piccolo, quasi anonimo (sicuramente lo è per noi gente comune) gallerista.
I protagonisti della storia, raccontata da lei e confermata da lui (tranne per la ciucca e le urla), sono Larry Gagosian (il più potente e spregiudicato mercante d’arte vivente) e Issi Wood (una pittrice e musicista britannica).
Per chi fosse interessato al profilo di Gagosian metto il link https://www.newyorker.com/magazine/2023/07/31/larry-gagosian-profile; le mie riflessioni verteranno sul capitalismo calato nell’arte, sulla sua rapacità e sull’arte che, detto chiaro, si è costruito ad hoc, ossia a suo uso e consumo. In tutto questo il mercante americano viene comodo perché è il peggiore dei peggiori, il più esagerato lo definirei, e come tale finisce per metterci il mostro sul piatto, non a lume di candela bensì in piena luce solare. Tutto sommato preferibile agli ipocriti dannosi tanto quanto. Prenderemo dunque spunto da lui. Possiamo definirlo uno storico ed esperto d’arte alla Gombrich? Assolutamente no, anche se da arrivato si blasona di curare lussuosi cataloghi e una rivista d’arte, dove gli inserti pubblicitari sono di clienti (le firme del lusso). Ha un certo occhio, bisogna riconoscerglielo, ma non so se sia giusto chiamarlo “d’arte” o sia più corretto dargli l’appellativo che si merita: “per gli affari”. E per il business Gagosian è pronto a tutto e senza vergogna – non a caso l’articolo del New Yorker s’intitola “Come Gagosian ha ristrutturato il mercato dell’arte”. L’ambito in cui dà il meglio di sè è il backwater, ossia vendere e rivendere le stesse opere tra collezionisti, anche alla stessa persona, ogni volta facendo salire il prezzo. Cioè, io posseggo x che vale 1, il mediatore (il nostro demone) lo propone a y che lo compra per 2, poi me lo ripropone a 3 e così via; i pezzi girano da muro a muro (o più spesso di deposito in deposito). Ovviamente lui intasca la commissione da tutti. Le tecniche sono parecchie e tutte giocano su sottili psicologie: devi far venire l’acquolina in bocca al compratore; devi farlo sentire volgare se chiede il prezzo; se contratta nelle prime fasi, per carità!, prendine subito le distanze, e solo se non è un pezzente bisogna che si riconosca nell’imperiosa aura di esclusività che compete a chi sa di arte. Questo è il privé dei privé in cui persino un museo è guardato dall’alto in basso – vuoi mettere chiudere gli occhi nel tuo lettuccio con l’ultima immagine di un Picasso che ti sorride dalla parete antistante? E del resto i musei stanno diventando dei poveracci, stringono la cinghia per acquistare qualche nuova firma ma gareggiare con i nuovi titani dell’arte è un’altra cosa – il Whitney recentemente ha dovuto vendere l’edificio che occupava da decenni tra Madison e la settantacinquesima a Sotheby’s.
“Titani dell’arte” ho scritto. Ma, di quale arte stiamo parlando? Mi sono tolta lo sfizio di fare una ricerca per immagini di alcuni degli autori che compaiono nell’articolo. L’ho fatto perché non volevo credere alla mia beata ignoranza: a parte una tutti gli altri erano dei perfetti sconosciuti, mai sentiti nominare. Uno di questi ha persino trascorso l’intera sua vita professionale in Italia. (Eppure a visitare musei ci vado, anche se, confesso, ultimamente ne sono rimasta piuttosto delusa.) Il punto è proprio questo: si è arte o si diventa arte? Sappiamo bene che i geni rinascimentali lavoravano su commissione e che le loro parcelle non erano una cassa di vino o quattro forme di formaggio, ma trovandosi il fenomeno in una società non costruita sul sistema capitalistico, dunque non dominata in ultima istanza dall’ottenere profitto, riusciva a mantenere i termini (mecenate-artista-opera) entro una certa misura dando ad ognuno il proprio spazio. I talenti emergevano e si confrontavano tra loro. Con l’avvento del capitalismo e del suo assioma del profitto anche l’arte inizia a perdere la sua sacra aura; ma mai come ai nostri giorni, incastonata dentro un capitalismo liberista avanzato e fluido, aveva toccato così tanto il fondo, da assomigliare sempre più a un mondo di demoni che di dei.
Il mercato globale dell’arte muove sessantacinque bilioni di dollari all’anno ed è costantemente alla ricerca di nuove piazze dove investire, incurante di guerre, devastazioni, sanzioni, questioni morali e artistiche (lo scrivo ironica pensando alla serietà dell’arte); abilissimo a smarcare ogni ostacolo. E l’autore non può chiamarsi fuori dal gioco e pretendere di essere meno corrotto degli altri. Chiediamoci dunque chi sono questi artisti sconosciuti le cui opere valgono, o meglio vengono vendute, a prezzi stratosferici che spesso superano i 100 milioni di dollari. Non ho dubbi che ognuno di loro possegga talento, ma il pianeta straripa di altrettanti campioni. Che cosa li ha resi speciali? Sarà stato forse una resa incondizionata al sistema capitalista (alla faccia della divina arte)? Non è l’opera in sé a possedere valore intrinseco, il valore è esterno e viene definito in base al posto che occupa nel circuito. Più il circuito, che non c’entra niente con la bellezza, diventa piccolo e con pochi ingressi, più quel posto sarà agognato e prezioso. E non è finita: bisogna continuare a costruire circuiti o più piccoli o da altre parti, anzi meglio procedere in entrambi i sensi. Vi ricorda qualcosa? Forse lo schema Ponzi? Ah, di nuovo quel truffaldino del Ponzi!
Quanti saprebbero resistere al fascino di un Gagosian? A ben vedere ognuno di noi, comuni mortali, potrebbe nella vita dover incontrare, almeno una volta, il proprio mefistofelico incantatore; pur lamentandoci, siamo tutti infatti impelagati nelle commodities del sistema e basta cambiare la scala di riferimento per capire che i patti con Belzebù sono appena dietro l’angolo. Siamo costantemente sotto l’influsso di forze martellanti che ci spingono a giudicare una vita come bella solo se agghindata da lussi, piccoli o grandi che siano; ci inducono a guardare a noi stessi attraverso gli occhi maliziosi, e a volte maligni, degli altri, come successo a Issi che improvvisamente vede i propri amici poco interessanti; e soprattutto ci pungolano ad uniformarci a un ideale, del vincente, che è assolutamente vacuo; lontanissimo dalla figura di un eroe passionario si rivela come nient’altro che una via in cui in tanti, come pecore, arrancano pestandosi i piedi l’un l’altro e senza trovare alcuna serenità e vera soddisfazione.
Concludo raccontandovi di una gita nel deserto del sud della California, a Slab City, da alcuni chiamata l’ultimo posto libero degli Stati Uniti d’America. Ci abita parecchia gente, d’inverno anche più di duemila persone, e gli abitanti, fissi o nomadi, amano definirsi una comunità artistica. Qualcuno con un minimo di fama, conquistata con autentico fervore (religioso per di più), c’è, come Leonard Knight che con la sua Salvation Mountain accoglie il visitatore all’inizio della fila degli scalcinati camper; ma la maggior parte dei produttori di bellezza e pensiero locali sono piuttosto anonimi. Eppure, vi invito a ripetere l’esperimento mentale da me fatto: ho immaginato di isolare una delle opere esposte a East Jesus (una sorta di museo in Slab City), presentata di solito in accozzaglia ad altre, ed immaginarla esposta in un’immacolata e, ovviamente, esclusiva galleria di Soho. Non ci sta per niente male, funziona altrettanto bene dei cagnolini di metallo luccicoso di Jeff Koons; tenendo poi conto che gli artisti di Slab City lavorano con materiali di risulta, pensate a che potrebbero fare con lastre di titanio! O, perché no?, con rare argille o soffici velluti! Che meraviglie uscirebbero dalle loro mani!
Saluto Dot, una delle artiste del luogo. Sorride dentro una faccia buona, ma sciupata dal sole e da una vita che deve essere stata dura. Certe cose si leggono facili; non servono particolari istruzioni. Confida che un giorno potrà vendere le sue installazioni e magari deciderà di andarsene da Slab City, per ora si gode il tepore dell’inverno prima di un’estate che sarà calda; qui le temperature raggiungono i 46/48 gradi e Doc è una residente fissa. Auguro di cuore a Dot di realizzare il suo sogno e a tutta l’arte che si desti presto dall’illusione in cui è caduta; ma so che ciò non accadrà fin quando non ci risveglieremo all’alba di una nuova epoca. Nell’attesa possiamo iniziare a goderci un po di pace, noi che non abbiamo paura della morte.