Fu durante una protesta davanti ai cancelli della Disney, quando parlò una signora nativa, che capii. La donna si presentò come appartenente a un popolo il cui nome non avevo mai sentito prima e che non ho memorizzato. Disse che solo nell’area urbana dove oggi sorge Los Angeles vi erano ben sedici villaggi con rispettive tribù; l’associazione per i diritti e il recupero della cultura dei nativi d’America, di cui la donna è l’anima, è impegnata nella loro mappatura. Sempre la donna nativa disse che i superstiti, discendenti come lei, con cui è in contatto sono di più di quanti ci immaginiamo; ma hanno paura a scendere in piazza e farsi vedere; sono ancora oggi spaventati. Disse che era un’anziana e una nonna e per questo poteva vedere le cose in prospettiva, che nulla valeva più del senso di continuità con la propria gente; che gli strappi fanno male: li si sente bruciare a distanza di quasi due secoli e lì, su queste parole, scoppiò a piangere.
La vicinanza con la sofferenza che si sta consumando a oltre diecimila chilometri le aveva causato uno scompenso emotivo, con radici così profonde che dovevano essere state conficcate quantomeno nel 1850. Quando i conquistatori, i pionieri, i cercatori d’oro, sbandati arrivati in massa dall’Europa, diedero il meglio di sé per massacrare i legittimi abitanti di questo Paese. Tra le lacrime, mentre cercava di chiudere il suo discorso, disse una cosa che mi è rimasta impressa come un mantra: “i palestinesi ci salveranno tutti”.
Che cosa voleva dire? Perché questa frase mi ha colpito come una saetta? Avrà colpito solo me? o anche gli altri
Siamo qualche centinaio raccolti in presidio; siamo una bella insalatona, un poco di ogni comunità. Molte sono famiglie musulmane le cui donne indossano correttamente lo hijab – non come il mio tutto storto – tra di loro facilmente ci saranno dei palestinesi; altri sono asiatici, più o meno sottili o robusti a seconda di quale parte d’Asia provengano; c’è qualche indiano, qualche bianco caucasico, qualche hippy californiano, c’è anche una minuscola delegazione di Jews for peace arrivata da Los Angeles, e ci sono tanti bambini. Il messaggio è arrivato a tutti ed è per tutti, penso.
Non conosco le loro storie ma forse so che cosa lì ha spinti a venire qui oggi. Abbiamo risposto a un appello la cui forma è diversa per ognuno di noi, ma non lo è nella tempistica e nella funzione. Io non so che significa essere discriminata per etnia di appartenenza e in che consista lottare per veder riconosciuti diritti di nascita. Non conosco l’insicurezza di crescere in un Paese dove da un momento all’altro può scoppiare una guerra, dove può venirmi a mancare un tetto sopra la testa o il pane nel piatto, ma sono stufa, tanto stufa, di sentire il cuore oppresso dalla vergogna di appartenere a una stirpe di laidi dominatori. Pur se nel mio piccolo cerco di adottare comportamenti e pensieri diversi, da sempre chi decide per me fa altro, fa l’opposto di ciò che desidero e lo fa anche in mio nome; per quanto io mi disperi la sua colpa, come diceva Matoaka (nome scelto da me per la nativa, che significa “grande orsa”), per via di quella continuità di popolo, ricade anche su di me. Siamo in tanti a ribellarci, a compilare cartelli dove campeggia la scritta “not in my name”, gli ebrei americani sono i più disperati, lo scrivono ovunque, su magliette, cappellini, spillette; ma può davvero funzionare questa scappatoia?
Cari palestinesi spero che questa mia visione non vi appaia sconveniente o peggio offensiva. Voi morite dilaniati sotto le bombe, affamati e assetati, mentre noi ci crucciamo nei secolari sensi di colpa di appartenere alla fettina di umanità che si è presa, con la prepotenza e l’inganno, la fetta più grande della torta e ora, indeboliti e fiacchi, in una vita senza qualità, troppo spesso, anche senza accorgercene, piangiamo lacrime di coccodrillo. Voi certamente non avreste voluto trovarvi nella situazione in cui siete e i patemi d’animo e le lacrimucce che versiamo noi occidentali, giustamente, non vi devono né colpire né interessare.
Eppure in qualche maniera siamo dentro il medesimo teatro, solo su palcoscenici diversi. Ma è importante che riusciamo a vederci, almeno noi, quelli che sognano di poter un giorno guardare oltre le nebbie del male. Inutile sperare negli avidi palloni gonfiati.
Proprio in tempi drammatici, quando si rimescolano le carte, possiamo venire in contatto.
Ero su di un ponte della 405 a drappeggiare un maestoso telo che vuole richiamare le coscienze degli automobilisti sul genocidio in atto, quando incontrai Arturo, messicano di Chilpancingo, minuto e scuro, dai lineamenti estremamente dolci. Mi chiese se sapevo qualcosa del processo perché lui aveva cercato di seguirlo ma, mi disse abbassando gli occhi e la voce, non aveva le capacità per capire. Avrei dovuto correggerlo: non mancava di capacità, anzi era un giovane intelligente, al limite poteva essere poco fornito di strumenti ma solo perché non gli erano stati dati. E in verità aveva capito esattamente tutto ciò che c’era da capire, non meno di me, solo che pensava di non esserci arrivato. Si sbagliava. Anche Arturo è un nativo, di una popolazione discendente dei Maya; lo è per parte di madre e ne conserva la lingua originale. Non sa se riuscirà a fermarsi qui, tutto gli è ostile; la sorella con il marito sono già tornati al paese, si sono rassegnati a vivere da poveri. Mi chiede fino a quando questa società planetaria potrà reggere il divario tra popoli che stentano e gruppi che sguazzano, mai contenti, nel lusso. Quanto la natura stessa potrà sostenere due economie così lontane tra di loro? Siamo sul ponte, sotto di noi un flusso di macchine, siamo appoggiati al parapetto, spalla a spalla, lui rappresenta il 97% del sud del mondo, io il 3% del nord. Ci confidiamo che stiamo male entrambi.
Arturo e Matoaka e milioni di altri, sparsi per tutto il globo, portano dentro l’espressione dei loro volti, sotto i calli delle mani che lavorano sodo, nella schiena che troppe volte continua a doversi piegare, i caratteri, i segni, le paure dei loro avi predati, ma per qualche misteriosa ragione la loro figura ci arriva composta, epurata da rabbia, desiderio di vendetta, rivalsa o altro sentimento negativo. Ogni volta che mi sono trovata al loro cospetto mi hanno sempre trasmesso fiducia, senso di accoglienza, pace. Per queste loro caratteristiche non posso non metterli a confronto con gli israeliani sionisti e ciò che mi comunicano: ansia e paranoia. Sembrano un disco rotto: “dobbiamo difenderci, è un nostro diritto”, “noi sappiamo che cosa significa venire discriminati e perseguitati” “abbiamo già subito un genocidio, per questo dobbiamo proteggerci e avere il controllo del territorio”, “se non distruggiamo noi Hamas loro ci uccideranno”. Nessuno nega che i tedeschi con l’aiuto del mio popolo, gli italiani, e di altri abbiano compiuto un’operazione di loro annientamento (insieme a Sinti, Rom, disabili e oppositori politici) tra le più orrende che la mente umana, nella sua veste più diabolica, avesse mai concepito, ma i palestinesi in ciò non c’entrano nulla. Mi pare che troppo spesso se ne dimentichino. Appare evidente che il popolo ebraico porta i segni di tale orrendo misfatto – come i nativi hanno i propri – ma perché, mi chiedo, il popolo ebraico, o una parte di esso, è così paranoico e diffidente? Non mi interessa andare a cercare nelle ragioni storiche della nascita dello Stato d’Israele e del sionismo, già in tanti lo fanno; la mia riflessione era partita dalla frase di Matoaka – “i palestinesi ci salveranno tutti”– e lì voglio tornare.
In verità per capire non c’è nemmeno bisogno di chiamare in causa gli estremi della faccenda: basta soffermarsi ad osservare le democrazie occidentali di cui Israele e il suo popolo si sentono orgogliosamente parte; ma, poveretti, vivono isolati e circondati dai barbari; credono. Ma la democrazia come partecipazione egualitaria al bene pubblico è diventata uno specchietto per le allodole, in verità del bene pubblico rimasto ormai non si sa quasi niente e ancor meno di che potrebbe significare un suo uso collettivo; agli occhi di chi sposa il modello occidentale conta molto di più che posizione sociale si conquista e possibilmente in breve tempo – per poi godersela– perché così funzionano i vincenti. La democrazia sembra non essere altro che la “libertà di farcela”. E siamo finalmente al punto a cui volevo arrivare. Vivo, viviamo nella società che premia i vincenti: se ti capita di cadere, di subire un torto e una perdita, meglio se non lo dai a vedere e rapidamente riesci a dimostrare all’altro la tua rivalsa sulla sfortuna subita. Perché l’importante è mostrare. Ma che società è questa? Priva di comunità, un luogo ideale (ma non in senso positivo) dove esistono solo gli individui; ecco che sotto tanta tracotanza dei migliori, gratta gratta, siamo tornati al vecchio “homo homini lupus”.
Ma curiosamente il fenomeno della rivincita ad ogni costo non sembra toccare tutti allo stesso modo. Certamente non vale per i popoli di Arturo e di Matoaka, mentre sembra interessare molto quello degli ebrei e di altri, che dopo aver subito gravissime distruzioni e offese si sono dati un gran da fare per salire sul podio dei grandi del pianeta. I primi sono rimasti ai margini della prosperità, di nativi ricchi e potenti se ne incontrano pochi; i secondi hanno costruito lobbies tentacolari con cui manipolano a suon di quattrini personaggi pubblici e politici. I primi hanno conservato uno sguardo amichevole e un sorriso limpido, i secondi hanno nascosto ansia e paure sotto montagne di muscoli. Vivere nella paranoia di un nemico pronto ad aggredirti sembra essere il prezzo da pagare in cambio di potere e successo.
Morale della favola, non si può guarire dai torti subiti se non ci si dà tempo; e soprattutto non si può guarire da soli. La comunità umana, quella grande non la tribù chiusa e arcigna, è l’unica vera medicina. Ecco perché i palestinesi ci salveranno tutti. Perché loro malgrado, con le urla di dolore delle madri, l’ingiustizia spiattellata davanti ai nostri occhi, ogni giorno, ci stanno chiamando, da essere umano a essere umano, tutti figli di una stessa famiglia, tutti fratelli e tutte sorelle. Ci stanno ricordando che cosa significa vivere in una comunità, un luogo dove ognuno di noi può mostrare le proprie debolezze, chiedere all’altro di condividere il suo dolore senza vergognarsi, dove non c’è bisogno di correre più veloce dell’altro perché sappiamo che l’altro non ci vuole superare, anzi ci aspetterà.
Dunque, mentre gli Stati Uniti foraggiano di armi e difendono il loro criminale figlioletto dei salotti buoni, e i governi di tutta Europa (tranne la reietta Russia) non sanno più come fare a mostrarsi credibili nella loro indignazione verso chi osa sostenere che Israele sta compiendo esattamente ciò che ha subito, un genocidio, dall’altra parte, in numero ben maggiore, emergono figure candide come la signora Matoaka e Arturo; persone, che al contrario dei tanti fanfaroni che siedono sugli alti scanni, non hanno bisogno di rivolgersi a counselor o fare corsi di retorica, di dizione o di teatro per darla a bere al pubblico; basta che aprano la bocca e la loro anima racconta. Tanto che viene naturale restare in silenzio ad ascoltarli.