Un bell’articolo di Evan Osnos uscito nel gennaio del 2020 sul New Yorker con il titolo fight fight, talk talk. Una frase storica di cui si scoprirà il significato leggendo l’articolo. Si tratta di seria geopolitica, niente di cospiratorio, piuttosto avidi accordi economici e tetri aspetti culturali con cui possiamo meglio inquadrare il tempo pre-pandemia; si spazia dal tema dell’omossessulità ai campi di rieducazione per mussulmani, alla prostrazione di Hollywood e dell’NBA, alla frustrazione di Netflix e Facebook. Verrebbe da dire ce n’é per tutti i gusti…
Dopo la guerra il primo reincontro tra la Cina e gli States accadde nel 1972 con una stretta di mano tra Nixon e Mao; da allora, fino a tempi recenti, la relazione è stata un duetto amoroso. Da molti è stata definita la strategia del fidanzamento, che ha coinvolto ben otto presidenze da Nixon a Obama. Anche a fronte dei continui documentati abusi cinesi sul tema dei diritti umani, le relazioni commerciali sono continuate alla grande. Infatti fu ben prima del crollo del muro di Berlino che le prime bottiglie di Coca-Cola entrarono in Cina: era il 13 dicembre del 1978; oggi si stimano essere 70.000 le aziende americane che operano su suolo cinese. I primi segni di crisi nella “coppia più bella del mondo” iniziarono nel 2016 con le provocazioni da parte di Trump: “we can’t continue to allow China to rape our country”. L’idillio si ruppe nel 2018 (con l’imposizione di dazi e scaramucce militari in mare) non tanto perché la nuova amministrazione Trump si fosse indignata sul tema dei diritti umani ma perché la Cina iniziò ad alzare il tiro, mostrò i muscoli e l’intenzione di non voler più solo essere quella docile compagna che l’America credeva di poter per sempre tener sottomessa. Non le bastava più estendere la propria influenza economico-politica sull’Asia e il mare del sud est, iniziava a capire di essere in gamba e a volere l’intero pianeta. Tanto che non pochi analisti appartenenti a diverse fazioni dichiarano che il nuovo secolo avrà il volto cinese. Alcuni prevedono il ricrearsi di due blocchi come al tempo della guerra fredda USA-URSS, ma oltre alle differenze storiche c’è un fatto esclusivo in questa relazione: la condivisione di un unico mercato che hanno costruito assieme in quasi quarant’anni anni di fidanzamento. Interessante è l’immagine di un uovo con due tuorli che dipendono da un unico mare di albume (saremo forse noi? gli schiavi del mercato globale???). Giustamente Osnos, l’autore, si interroga su come potrebbe vivere questo uovo. “I visited Yan Xuetong, an influential foreign-affairs scholar at Tsinghua University, who has a kindly laugh that belies the sharp edge of his views… ‘We will have a two centered world’, he said cheerfully ‘like two yolks in one egg’. I puzzled over the image, trying to make out how such a curiosity would survive.” Quando Trump nel 2016 iniziò il decoupling, termine che evoca un divorzio, ed effettivamente le dinamiche si assomigliano (scatti in avanti, poi drammi e ritorni sui propri passi) per molti osservatori fu qualcosa di implausibile perché sono ormai tantissimi gli interessi economici dentro il, e dipendenti dal, mercato cinese. Giusto qualche esempio. Starbucks ha annunciato un piano di aprire in Cina ben 300.000 negozi entro il 2023, significa 1 ogni 15 ore; Tesla basata a Shanghai progetta di produrre 150 mila macchine all’anno. Nel 2017 il fatturato che arrivò in un anno dalle compagnie USA che operarono in Cina corrispondeva alla cifra stratosferica di 544 miliardi di dollari … Per di più i funzionari dell’amministrazione Trump sbagliarono completamente la strategia d’intervento illudendosi di far capitolare il governo cinese attraverso pressioni commerciali e diplomatiche. Trump boriosamente mostrò i muscoli e tentò di spaventare la Cina con i dazi, che crearono un leggero fastidio alla ex-compagna, ma un più importante danno economico al primo settore americano, perchè, in verità, il vero contenzioso del divorzio è la ledership mondiale della tecnologia digitale. “These days, the most acute standoff between the two countries is over who will dominate the next generation of technologies” … I guru della Silicon Valley si confortano l’un l’altro illudendosi che il disavanzo di know how sia ancora a loro favorevole, ma per quanto? Made in China 2025 è un piano con cui i leader di Beijing hanno stabilito un intervento massiccio di fondi per la ricerca proprio allo scopo di sorpassare qualsiasi rivale straniero in robotica e controllo digitale. L’arresto in Canada, su richiesta delle autorità americane, della figlia del fondatore di Huawei Meng Wanzhou, conosciuta anche come la principessa, fu l’atteso sequel di una serie di accuse di spionaggio digitale che duravano da tempo con colpi di scena, morti e misteriose sparizioni. Per molti però fu il pretesto per far scoppiare la bolla, perchè a ben vedere gli States sono molto indietro nella tecnologia 5G, quindi non possono accusare la Cina di avergliela rubata. Che l’America si illudesse di poter schiacciare la Cina in un angolo per farle una bella ramanzina? Ciò che oggi gli osservatori (come il giornalista) rilevano è che l’America spavaldamente aveva sempre creduto che attraverso il libero commercio avrebbe introdotto nella Cina i propri valori democratici, influenzandola, in verità non aveva visto che la Cina era più che attrezzata non solo per reggere l’impatto occidentalizzante ma per sfruttarlo, quasi come un boomerang che nel tornare indietro porta con sé la cultura dell’altro: una sorta di futura globale “cinesizzazione”. “China is not exporting an ideology in the manner of the Soviet. But it wants to make the world more amenable to its ideology, so it has demanded extraterritorial censorship, compelling outsiders to accept limits on free speech beyond its borders”. Un caso interessante è Hollywood da anni ormai prostrata ad esaudire censure e capricci della Cina, per esempio esiste una versione di Bohemian Rhapsody nella quale Freddy non è un omosessuale. Sono pochi che possono permetersi di dire NO alle pretese cinesi, uno è Tarantino che ha rifiutato di rivedere la figura di Bruce Lee (perchè troppo piatta) nel suo “C’era una volta Hollywood”. E così il film è vietato in Cina. Facebook e Netflix hanno corteggiato a lungo la signora ma ella non ha concesso niente. Non possono operare in terra cinese. Diverso invece il caso di Google che fu selezionato dal governo di Beijing per produrre un motore di ricerca capace di controllare ed escludere migliaia di ricerche e frasi contenenti parole come diritti umani e proteste studentesche. Si arrivò fino alla creazione di un prototipo chiamato Dragonfly, ma Google fu costretta ad abbandonare l’affare per l’ammutinamento interno dei propri programmatori.
Un altro caso interessante è l’NBA, perché il basket è passato dall’essere una eresia occidentale ad essere giocato e seguito instancabilmente da milioni di cinesi; come giro di affari è secondo solo a quello negli States. L’apertura del campionato fu nel 2005 ma un pericoloso scivolone accadde nel 2016 con un tweet pro Hong Kong apparso sull’account personale di Daryl Morey, il direttore generale degli Houston Rockets: “Fight for freedom. Stand with Hong Kong”. Le ire cinesi arrivarono addirittura a produrre minacce di morte per Daryl, ma ciò che davvero scandalizzò gli analisti fu l’immediato atto di pubblica penitenza che fece la direzione NBA americana, senza minimamente preoccuparsi di difendere un proprio manager e men che meno aver pensiero per i diritti civili.
In diversi punti Osnos, che ha vissuto 7 anni a Beijing e conosce il mandarino, rileva l’ossessione cinese del controllo. I soggetti più riottosi probabilmente sono i mussulmani Uiguri attorno ai quali dal 2017 la Cina ha eretto una vera e propria cortina di ferro. Si stima che più di un milione di persone siano state rinchiuse in strutture chiamate “vocational training center” (da noi volgarmente chiamate campi di rieducazione coatta). Sempre sul tema del controllo e diritti civili Osnos si preoccupa di presentare posizioni diverse di studenti cinesi (benestanti) mandati dalle famiglie a studiare nelle più prestigiose università americane. Dunque incontriamo Xu Tong che ammira Washington per il verde ma si stupisce di come i coetanei americani prendano la metro, lei è abituata al taxi… difende il modello cinese perché lo giudica l’unico che può offrire benessere e serenità a tutti, pazienza se non è molto democratico, la democrazia non è tutto ci dice. Al lato opposto sta Zhao che si emoziona nel raccontare cosa ha provato la prima volta ad accedere ad un motore di ricerca libero. Accadde in un museo, fu lì che potè leggere di piazza Tiananmen, di cui sapeva qualcosa, per via di uno zio che aveva partecipato alla protesta. A scuola aveva chiesto ragguagli al suo prof ma subito la discussione era sta chiusa con un “hai torto”. Nella terra delle libertà lesse di Taiwan, della guerra con il Giappone e di tanto altro, così scoprì che aveva studiato una storia tutta diversa e se ne indignò.
Per ultimo c’è la politica estera extra-americana che non sembra riscuotere molto favore soprattutto tra i paesi del sud-est asiatico. Di monito per tutti è rimasto lo Srï Lanka che qualche anno fa non riuscì ad un onorare un debito e oggi si ritrova espropriato per 99 anni di un pezzo di terra – mare su cui l’impero cinese sta costruendo un porto fantascientifico che si estenderà per chilometri nell’Oceano Indiano e servirà alla nuova Via della seta. Oltre a questo, a creare preoccupazione a tutti i paesi che si affacciano sul mare cinese è la tecnica della costruzione di isole artificiali proprio sui confini acquatici, cosicché alla fine dei lavori la nostra bella protagonista è sempre un po’ più in là di quello che doveva essere… ci ricorda qualcosa?
Bene, se siete arrivati fin qua a leggere ora vi svelo il senso ironico del titolo dell’articolo: fight fight, talk talk è una famosa strategia evasiva di Mao che riusciva sempre ad eludere ogni invito al dialogo come alla guerra e che alla fine risultò vincente su tutta la linea. Insomma un po’come l’acqua che si muove, pervade tutto ciò che incontra, assumendo la forma del contenitore, ma rimane sempre se stessa: acqua.