Lettera da Seoul. Pieni di spazzatura

Secondo la cultura coreana avrei da qualche tempo compiuto cinquant’anni perché contano anche i nove mesi nella pancia. Quale che sia la mia età esatta sono abbastanza vecchia da ricordarmi le sgridate perché nel piatto non si deve lasciare nulla, la lunga tirannia dei 3 per 2 al supermercato e la novità, che impazza da qualche anno, degli All You Can Eat. Per fortuna in Asia (India e Sri Lanka) mi è capitato recentemente di vedere anche la contropratica di esporre nei buffet dei ristoranti/alberghi il quantitativo, pesato, di cibo buttato il giorno prima. Da noi non mi è mai capitato, forse dal sistema consumistico è ritenuto di cattivo gusto. Questa premessa per introdurre il problema del riciclo del rifiuto organico a livello planetario, perché sembra che pochi di noi siano consapevoli che lo smaltimento di biomasse in discarica o attraverso inceneritori produce un quantitativo di gas serra superiore alle emissioni di C02 delle macchine. Un confronto tra due metropoli, parti di un sistema consumistico globale, una ricca e “acculturata” mai sfregiata da guerre e occupazioni, l’altra giovane e rampante nata sulle ceneri di un conflitto e di un regime dittatoriale. Un articolo che ci aiuta ad affrontare le proporzioni del problema e a riflettere se davvero la tecnologia da sola ci potrà salvare.

Fare compost potrebbe essere la via d’uscita al pasticcio che abbiamo combinato

La spazzatura è qualcosa di nuovo. Nel 1800 New York era sporca ma i suoi rifiuti consistevano in avanzi sempre riutilizzabili. Per le strade correvano i bimbi familiarmente chiamati “della broad”, che raccoglievano porta a porta gli avanzi per poi rivenderli ai contadini come fertilizzanti o cibo per gli animali. Con le ossa si faceva la colla e con il grasso putrido le candele di sego o, mischiato alla cenere, il sapone. Le confezioni usa e getta non esistevano. All’inizio del 1800 la popolazione della città raddoppiò e si iniziò a buttare nell’oceano l’eccesso. Dal 1895 fino allo scoppio della prima guerra mondiale la città segui un programma innovativo voluto dall’ufficiale George Waring, divenuto commissario alla sanità, che impose un’antesignana raccolta differenziata. Gli scarti alimentari venivano trasformati in sapone, grasso, fertilizzante o dati ai maiali. Alcune ceneri potevano essere trasformate in mattoni di cemento. Si iniziò persino a separare i rifiuti prodotti dalle famiglie da quelli prodotti dalle aziende. Ma nel 1918 si stava di nuovo scaricando nell’oceano, George Waring era morto da tempo. Incredibile a dirsi ma, con rammarico della giornalista newyorkese, la città, sotto l’aspetto del riciclo del rifiuto biodegradabile, non è poi così cambiata da quei tempi; certo si separano la carta, la plastica e il vetro ma riciclare l’organico è rimasto facoltativo e volontario. E purtroppo non molti sanno che il rifiuto organico lasciato a marcire in discarica si trasforma in veleno per l’ambiente. Le nuove generazioni sono state educate dalla scuola, come da film e media, alla consapevolezza del riciclo, ma per qualche ragione si è pensato di poter sorvolare sul rifiuto biodegradabile; in verità il trattamento dell’organico è altrettanto importante di plastica, metallo, carta. Ciò che accade nelle discariche è che i materiali in decomposizione, ammassati e in mancanza di ossigeno, producono metano, un gas serra che alla lunga influisce sul riscaldamento del pianeta più della C02, un cinquanta-sessanta volte in più. Gli Stati Uniti vantano le peggiori emissioni di gas serra da discarica al mondo, paragonabili a trentasette milioni di macchine sempre in strada all’anno.

Tutta altra storia a Seoul
Nella Corea del Sud fino a vent’anni fa nessuno aveva mai parlato di riciclare, oggi il paese ricicla il 95% degli avanzi di cibo. Nel 1990 la Corea del Sud entrò nella fase di industrializzazione, le campagne si spopolarono, le città crebbero a dismisura e con esse anche i cumuli di rifiuti. Era comune vedere la povera gente razzolare attorno alle discariche, alcuni addirittura si sdraiavano di fronte ai camion per impedir loro di entrare nel parco rifiuti chiedendo di poter raccogliere gli avanzi di cibo buttato. Di fronte all’imperversare di questa situazione il governo fu costretto ad intervenire.

Che cosa è successo c’e lo racconta Kim Mi Hwa, una dinamica ultra cinquantenne impegnata dai tempi dell’università nello sviluppo della democrazia nella società coreana, nella parità dei sessi e in varie iniziative di progresso civile. Oggi è a capo del movimento Corea zero rifiuti. Un network nato nel 1997 e costituito da 31 organizzazioni di base. Il loro primo obiettivo è costringere il governo a scegliere nuove politiche sulla spazzatura e una recente vittoria è stata sul fronte della plastica: dal 2018 il governo di Seoul ha bandito i sacchetti di plastica. Il network è molto attivo sul fronte dell’educazione dei cittadini perché, ci spiega Kim, assieme agli incentivi economici è necessario far capire, ma questo non è un compito che il governo poteva svolgere direttamente – i cittadini non lo avrebbero ascoltato. Fu dunque commissionato a intermediari locali come lo staff di Kim, che in molti casi si sono prodigati in spiegazioni battendo i quartieri porta a porta e spesso, racconta ridendo, ricevendo la porta in faccia. Alla fine della guerra di Corea la popolazione era allo stremo, quindi la tassa sulla spazzatura fu reintrodotta solo nel 1995 ma con alcune importanti novità: i materiali riciclabili venivano raccolti gratuitamente mentre per gli altri rifiuti veniva calcolato l’ingombro e il numero dei sacchetti. Dal 2006 è vietato portare in discarica avanzi di cibo e ai cittadini è richiesto di separarli. Queste misure hanno permesso di ridurre lo scarto di cibo a persona di circa tre etti, che più o meno equivalgono al peso di un big Mac con patatine o a 2 pompelmi, mentre a livello economico negli anni il paese ha potuto contare un risparmio di miliardi di dollari. In ogni condominio, di solito nella zona parcheggio, è stato posizionato un bidone robot dell’umido e uno per l’olio esausto. Questi si aprono al passaggio di una tessera, molto simile a quella dei punti dei supermercati, pesano il rifiuto posto in sacchetto biodegradabile e addebitano il costo. Le istruzioni sono affisse bilingue, in coreano e inglese. In media per una famiglia il servizio costa al mese 6 dollari. Le 13.000 tonnellate di cibo buttato al giorno nel Sud Corea diventano: fertilizzante (30%), cibo per animali (60%) e bio-carburante (10%).

Lee Eun-Su e le aziende agricole urbane
Lee Eun-Su un frizzante cinquantacinquenne ci racconta che “si sveglia pensando agli orti in città e si addormenta pensando agli orti”; è il fondatore di Nowon Urban Farming Network, un’organizzazione nata dal basso che conta 130 membri. Le origini di Lee sono contadine ma lui si considera un uomo di città; i genitori emigrarono dalla campagna quando era ancora bambino e quella, dice, “fu la migliore decisione della loro vita”. Prima dell’avventura con le aziende agricole urbane Lee lavorava al cablaggio della città; ci dice che l’illuminazione sul suo futuro (e non solo) avvenne proprio durante un intervento quando si trovò a osservare il seminterrato di un palazzo come uno spazio vuoto e inutilizzato, che spreco! Lasciò il lavoro sicuro, trasferì la famiglia in un più piccolo e modesto appartamento e devolse tutto se stesso alla nuova causa: promuovere lo sviluppo di coltivazioni urbane in tutta Seoul. Oggi orgogliosamente può dichiarare di aver aperto qualcosa simile ad un’università dove lui è stato promosso professore. All’inizio i seminterrati sembravano buoni solo per coltivare funghi (alimento base nell’Asia orientale), oggi le aziende agricole che utilizzano spazi condominiali, allargandosi ai tetti, sono più di 2000, coinvolgono mezzo milione di residenti e riescono a produrre lattuga, cavoli, peperoni, piselli, zucche e fiori. La tecnologia dei bidoni riciclatori permette di ottenere compost direttamente sul posto, dunque gli scarti del condominio nutrono le coltivazioni della azienda locatrice. Lee fa strada attraverso i corridoi di un grande palazzo, incastrato in un circuito di sopraelevate di cemento e tettoie, per una scala semiaperta, dove alle pareti sono esposte le immagini di shiitake, golden oyster, deer-horn, lion’s mane. Nel seminterrato la piccola comitiva – Rivka la giornalista, Lucia l’interprete e Lee, l’anfitrione – viene accolta da alcuni membri dell’organizzazione; sono soprattutto donne anziane. Il progetto si articola in piccole stanze dove una fioca luce bluastra illumina involucri di compost dalla forma cilindrica, dalle cui estremità fuoriescono delle mani color sepia stile alien, sono i deer-horn. Le stanze sono fresche e umide, sanno di terriccio. Un sofisticato e fragile sistema di irrigazione distribuisce acqua alle grate su cui sono adagiati i funghi. L’impressione visiva che ne risulta sta a metà tra la fantascienza e la discoteca. In una stanza attigua, su un tavolo, messi in vaso e avvolti nel cellophane, un gruppo di deer-horn a prima vista ricorda la stella di Natale. Racconta una donna anziana che li stanno confezionando perché il giorno successivo sarà festa nazionale, il Gaecheon-jeol, in cui i coreani ricordano un mito ancestrale di profondo significato che vede una tigre e un orso impegnati a diventare esseri umani; solo l’orso fu abbastanza paziente da raggiungere lo scopo. I deer-horn sono spesso utilizzati per fare del tè dolce e buono come i datteri.  Sul tetto del palazzo Lee è riuscito a sfruttare l’intera superficie a giardino, sconfinando anche un poco sopra l’area parcheggio grazie a dei reticolati, qui coltiva calendula, zucche, menta, un albero di datteri, more e viti. Sotto una grossa gronda Lee ha posizionato il compost dentro un barilotto; l’intruglio viene facilmente areato grazie ad un sistema di manopole che ricordano i biliardini. Quando lo apre agli ospiti perché lo annusino esce qualcosa di intenso ma pulito. Nel corso di settimane o anche mesi, miliardi di microrganismi si nutrono di carbone e azoto, e durante questo processo necessitano di ossigeno; qualora questo venisse a mancare il composto puzzerebbe di uovo marcio, mentre un eccesso di ossigeno svilupperebbe ammoniaca. Solo con un un giusto equilibrio alchemico il compost profuma di terra fresca. Rivka, rimasta entusiasta dalle scoperte della giornata, si confronta con la sua famiglia al telefono. La sua bimba piccola le dice “fantastico. Ora torna a casa e portami il Pokémon che ti ho chiesto”; mentre la mamma, cresciuta a Tel Aviv, la informa che loro facevano il compost per la via, cioè scendevano con dei secchi per raccogliere lo sterco dei cavalli; le dice anche “voi complicate cose semplici e vi infastidite di piccole cose, come le cimici da letto con cui noi convivevamo senza tante storie anzi addirittura ci giocavano”.

Reynoso, un attivista ecologista nella grande mela
Figlio di immigrati dominicani, oggi è il presidente di una commissione che si occupa di salute pubblica nella città di New York. Trentaseienne, cresciuto in uno dei quartieri dove fino a poco tempo fa la città scaricava il 40% dei rifiuti, Reynoso iniziò le proprie battaglie politiche molto giovane, nel 1998, quando l’allora sindaco Giuliani era intenzionato a costruire un nuovo inceneritore guarda caso sempre lì, nel quartiere 34, perchè, ci dice ironico Reynoso, “la spazzatura sembra preferire i quartieri a maggioranza marrone e nera…”. In quella occasione la comunità ispanica si alleò con la comunità ebrea e assieme riuscirono ad affondare il progetto del sindaco. Il giovane è impegnato, e molto determinato, a far sì che la raccolta dell’umido divenga obbligatoria per la città, ma purtroppo ha a che fare con amministrazioni brave a far promesse e sbandierare nomoni di progetti, come ad esempio lo “Zero Waste” (zero sprechi) di De Blasio, e pronte poi a fare marcia indietro o ad annacquare i progetti, come l’idea di lasciare l’umido sui marciapiedi a disposizione di agricoltori. La collega Kathryn Garcia, del distretto di Park Slope, quartiere bene di lunga tradizione liberale, difende strenuamente il progetto raccontando che le persone trascinano carretti fino al mercato rionale, ma alla domanda di quanti davvero, secondo lei, sono consapevoli della diretta relazione tra scarti biologici e cambiamenti climatici, capitola.  Solo poche persone, persino a Park Slope. Probabilmente solo un terzo dei newyorkesi sanno che possono lasciare i loro scarti fuori casa, la maggior parte non sanno nemmeno dell’esistenza del programma. Ad un uomo di mezz’età fu chiesto a che servisse quel bidone marrone e la risposta è stata: “bones?”. Si è calcolato che il riciclo dell’organico farebbe risparmiare parecchio; si stima, includendo anche l’ammodernamento dei camion, che l’investimento necessario potrebbe essere compreso tra 177 milioni e 250 milioni di dollari all’anno. Oggi si spendono 422 milioni. Un altro programma promosso da Reynoso prende ispirazione dalle politiche fiscali coreane: “Save As You Throw” (all’inizio lo si voleva chiamare “Pay As You Throw”); il concetto è di far risparmiare il cittadino premiando la buona volontà. Secondo gli attivisti avrebbe dovuto essere semplice richiedere ai newyorkesi lo sforzo del riciclo, ed invece, complice un’amministrazione farraginosa e ambigua, sembra che non ne sappiano quasi nulla… in altre città come San Francisco e Seattle i progetti sono partiti da tempo e stanno dando interessanti risultati.

Fresh Kills su State Island
La più grande discarica della città è stata recentemente dotata di tecnologia capace di riciclare gli scarti vegetali così da ottenere un prezioso compost che viene poi riutilizzato per la cura dei parchi cittadini o rivenduto a caro prezzo, 14 dollari al metro cubo, ai giardinieri. Se capitasse di passare da quelle parti il primo di gennaio non si potrebbe non notare che l’aria è impregnata di un odore resinoso. A Fresh Kills vengono smantellati tutti i (poveri!) alberelli una volta che la festa è passata. La trasformazione degli scarti vegetali è un procedimento lungo da 4 a 5 mesi, la materia viene depositata in grossi carrelli messi tutti in fila, monitorata e periodicamente smossa, facendo attenzione però a dove tira il vento, perché a differenza dei compost dei condomini di Seoul, l’esalazione puzzolente rischia di ammorbare i quartieri all’orizzonte. L’ultimo grande “giocattolo” arrivato a Fresh Kills si chiama Tiger e, pensate un po’, è una creazione ingegneristica made in Italy. Tiger è capace di “ridigerire” gli scarti di cibo (ma solo quelli prodotti su Staten Island) fino a ottenere una polpa omogenizzata che si decompone molto più velocemente. La macchina però spesso si inceppa costringendo un operaio a salirvi sopra per aprire una botola e sbloccare manualmente un grumo di vassoi biodegradabili. Pare che sia colpa dei bambini educati che separano il cibo dai vassoi, ci spiegano il direttore del sito e il soprintendente alla macchina. Entrambi sembrano guardare a Tiger come al loro amato pet.

“No Left-Over Day” o “All You Can Eat” ?
“Troppo cibo = troppo compost”, Kim Mi-Hwa alza una mano all’altezza della spalla per indicare le dimensioni di pile e pile di compost accumulato. I coreani producono in media 285 libre di cibo avanzato pro-capite l’anno. Più degli americani, poco rinomati per la loro morigeratezza, che si attestano tra le 210 e le 250 libre procapite. Difficilmente riusciamo a capire quanta fatica serve a riciclare il cibo avanzato; forse potremmo fare l’esperiemento mentale di immaginarci camminare inseguiti da tutta la spazzatura che abbiamo prodotto. L’ultimo personaggio intervistato da Rivka è Ahn Sang Hyun, uno chef che ci racconta la breve storia della ristorazione coreana: prima ci fu l’invasione giapponese, poi la guerra, poi arrivò un dittatore, ne seguì un’altro… quando si iniziarono ad aprire i ristoranti non c’era alcuna cultura dell’andare al ristorante, fu solo nel 1986 con i giochi olimpici di Seoul che la città finalmente decollò. Da quella prima esperienza di apertura ed euforia i ristoratori associarono l’uscire a cena con l’idea dell’abbondanza, quindi quasi tutti praticano la tecnica di proporre al cliente un vasto carné di portate ma la maggior parte di questo cibo ostentato finisce per non essere consumato e dunque gettato via. Di contro a questa pratica altri ristoratori, come Ahn Sang Hyun, rispondono con un numero ridotto di portate e porzioni, sostenendo che l’altro stile, 7,8, o anche 9 portate, è un’invenzione moderna. In non pochi casi sono stati accusati di essere avari. Il governo però sembra voler sostenere i ristoratori parchi; recentemente è stata lanciata la campagna No Left-Over Day. Sarà una nuova sfida per Kim e il suo team perché non sarà facile operare per un cambio di abitudini alimentari a breve termine, e sullo spettro di un possibile fallimento del virtuoso si erge minaccioso l’inceneritore a biomassa.

Una chicca: Lucia
Nell’affresco di racconti costruito da Rivka qua e là appare la figura di Lucia. Dopo una fase di dolore sperimentata in giovinezza a causa della morte della madre malata di cancro, Lucia decide di viaggiare all’estero, lavora per sostenersi agli studi (la famiglia ultra tradizionale paga solo per i maschi) e si costruisce una propria professionalità: fa l’interprete. È una donna giovane e sensibile, ovunque va osserva e impara: da Taiwan torna con cannucce d’acciaio inossidabile (Taiwan ha bandito le cannucce di plastica), alle amiche regala borraccette da passeggio e si prodiga per il fidanzato jaina che a Seoul fa fatica a trovare cibo compatibile con le proprie credenze religiose. I jaina sono vegetariani stretti, alcuni non mangiano nemmeno il cibo fermentato per non uccidere i microrganismi. Lucia con il fidanzato hanno deciso di festeggiare Paryushana, un festival jaina, scegliendo di non mangiare per un anno un qualcosa, può essere il cioccolato come il cavolo o il grano, questo non perché mangiare quella cosa sia immorale o dannoso per la salute, ma per regalare alla cosa un anno da vivere senza paura. Che meraviglioso pensiero… a volte mi pare che per trovare soluzioni ai problemi planetari una tecnologia senza spirito non ci porterà molto lontano.

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