Il caso Islanda sembra poco conosciuto nel nostro paese (ho fatto una piccola ricerca e non ho trovato alcun articolo) eppure da questa lettura si possono trarre interessanti informazioni. L’infezione è esplosa anche più violenta che in Italia all’interno di due case di riposo ma le autorità, con la collaborazione della popolazione, sono riuscite a fermarla fino a ridurre la curva dei contagi a zero in soli due mesi, senza la misura straordinaria del lockdown e senza dispositivi di sicurezza (le mascherine non sono nemmeno entrate nel dibattito pubblico); la mortalità si è attestata su uno 0,5%, tra le più basse del mondo. Si potrebbe facilmente obiettare che controllare un gruppo etnico compatto e di piccole dimensioni è ben più facile che un popolo di sessanta milioni di persone. Sono d’accordo ma, cercando di ragionare un poco più in complessità, perché non immaginare di proporre il modello all’interno di una rete di medicina di territorio? Qui i numeri potrebbero corrispondere (ed è proprio quello che ha fatto l’Islanda). Il problema vero, a mio avviso, è la fiducia che gli islandesi hanno concesso alle loro autorità, probabilmente perché non percepiscono il pericolo di cadere in logoranti burocrazie o peggio servire ad interessi economici di altri.
Come l’Islanda ha abbattuto la curva epidemiologica
Il 28 Febbraio 2020 il detective Ævar P. Pálmarson venne chiamato dal capo del dipartimento a guidare la squadra che si sarebbe occupata di affrontare l’arrivo del Covid19. Fino a questa data nel paese non era ancora stato registrato alcun caso ma le autorità volevano essere pronte all’eventualità. Quello stesso giorno arrivò la conferma del primo caso, si trattava di uno sciatore di rientro dalle alpi italiane. Questo primo caso fu subito seguito da altri due, poi da sei, e divenne un focolaio importante tanto che a metà marzo i contagi raggiunsero una media tra i 60 e i 100 nuovi casi al giorno. Considerando la proporzione rispetto al numero di abitanti, la curva stava salendo più rapidamente che negli States. Il team guidato da Pálmarson acquisì nuovi componenti arrivando ad essere composto da cinquantadue soggetti ed iniziò a tracciare in maniera scrupolosa i movimenti degli islandesi. Controllò biglietti aerei e visionò telecamere pubbliche, arrivando persino a stabilire chi si era seduto di fianco a chi altro su un autobus, chi si era abbracciato durante un concerto e chi aveva consumato del cibo attraverso il passaggio di vassoi. Anche i test diagnostici vennero subito fatti a tappeto, raggiungendo la più alta percentuale di test eseguiti al mondo.
Per un altro verso, il governo non impose mai il lockdown alla popolazione. Le uniche attività a cui fu chiesto di chiudere furono le discoteche e i parrucchieri. Praticamente nessun islandese ha mai indossato la maschera e già a metà maggio, quando la giornalista Elisabeth Kolbert era sul posto, la curva era stata appiattita (nella settimana appena trascorsa erano stati segnalati solo due casi di Covid19); la capitale Reykjavik, a parte il vuoto lasciato dai turisti esteri, appariva normale.
L’Islanda ha una popolazione di 365.000 residenti, ossia un po’ meno di quelli di Bologna; proprio per questa sua condizione circoscritta può funzionare come modello pilota nelle ricerche, specialmente se collegate agli studi sulla genetica. Nell’isola praticamente ogni islandese è in qualche grado parente di tutti gli altri islandesi. Esiste infatti un’archivio, propietà dell’azienda biotech deCODE consultabile da chiunque volesse ricostruire il proprio albero genealogico. Il progetto deCODE ha giocato un ruolo fondamentale nella ricerca sul Coronavirus, perché proprio grazie alla sua banca dati gli scienziati hanno potuto facilmente monitorare diverse mutazioni del virus nei DNA dei pazienti positivi.
A Elisabeth Kolbert viene permesso di entrare nel Paese con un quarantena modificata, ossia non sarà obbligata a stare chiusa in camera ma potrà effettuare le interviste seguendo delle regole, soprattutto di distanziamento sociale. Elisabeth racconta, qua e là nella lettera, della quarantena in maniera spiritosa: quando vuole fare qualcosa che non sarebbe permesso dalle regole viene assalita da una crisi di coscienza che numera (crisi n.1, crisi n.2,ecc ), di solito alla fine della tribolazione fa quella cosa, ma solo dopo aver valutato bene i rischi effettivi. Insomma fa sempre trionfare il buon senso e a chi legge sembra che nessun islandese sia lì con il dito puntato contro di lei.
Intervista a Kári Stefánson, fondatore di deCODE
Kári Stefánson è un neurologo settantunenne, alto, con ampie spalle e una imponente barba bianca alla Hemingway, che tutti in Islanda conoscono: è infatti una celebrità nazionale. Negli anni ’80 e ’90 ha vissuto negli States dove ha insegnato prima all’università di Chicago e poi ad Harvard. Tornò in Islanda con il proposito di utilizzare gli islandesi come campione di umanità per studiare le connessioni tra malattie e mutazioni genetiche. DeCODE divenne una grossa azienda ma purtroppo, a causa della crisi economica del 2008, fu costretta a dichiarare bancarotta; così oggi è di proprietà dell’americana Amgen. In stanze refrigerate l’azienda conserva 180.000 campioni di sangue, ossia 1 ogni 2 islandesi. Stefánson racconta che l’idea di lavorare sul Coronavirus gli venne ascoltando un servizio alla radio che prospettava un tasso di morte del 3.4 % tra i positivi. Non si poteva capacitare di come avessero fatto quella stima, alquanto catastrofica, senza conoscere in che reali condizioni fosse la popolazione. Propose dunque al proprio team di ricercatori di offrire uno screening diagnostico completo alla popolazione; così deCODE si affiancò all’ospedale universitario che già aveva iniziato i test. A metà maggio l’Islanda aveva sottoposto a test il 15.5 per cento della propria popolazione, gli States erano a 3.4 per cento.
Una cosa importante che fece deCODE fu sequenziare il codice del virus in ogni persona che risultava infetta. I ricercatori scoprirono che ogni qualvolta il virus era stato trasmesso da una persona a un’altra era andato soggetto a mutazioni genetiche casuali. I ricercatori di deCODE videro dunque che il virus non era entrato solo dall’Italia ma silenziosamente era arrivato attraverso diversi altri paesi europei, tra i quali la Gran Bretagna. E non solo, i viaggiatori islandesi e non che tornavano dalla costa est degli States portavano una forma di virus, quelli che tornavano dall’ovest ne portavano un’altra. Quella arrivata sulla costa est dell’America del Nord era partita dall’Italia e dall’Austria, ma poi dall’America ne era stata esportata un’altra in Europa. Insomma il virus era andato e venuto a suo piacimento per mesi.
Un’altra interessante rilevazione di deCODE è che i genitori trasmettevano il virus ai figli e non viceversa (ma da noi non ci sono i professori che li definiscono superdiffusori? Qualche dubbio? Ma leggono le ricerche degli altri?) Kári Stefánson è conosciuto come uno dei più attivi e risoluti critici del governo, soprattutto in merito alla politica sanitaria. Appena pochi anni fa fu il promotore di una petizione che chiedeva di spendere più denaro per assicurare ai cittadini i servizi ospedalieri e le cure mediche. Kári Stefánson fa quello che ogni cittadino dovrebbe fare: vigila attivamente sull’operato delle istituzioni e può dunque riconoscerne i meriti quando ci sono, come nel caso della gestione della pandemia. Kari dice infatti che le scelte furono compiute con equilibrio, plaude al fatto che la questione fu pubblica e trasparente e soprattutto osserva come gli islandesi si devono considerare fortunati perché i loro governanti hanno saputo controllarsi. (Personalmente in queste parole ci leggo un riferimento ai vari isterismi a cui purtroppo noi continentali, italiani per primi, abbiamo dovuto assistere).
Il trio, o il treppiede, o la santa trinità
Víôir Reynisson, Pórólfur Guônason e Alma Möller sono, nell’ordine, il capo della direzione dell’emergenza, il capo epidemiologo e il ministro per la salute. Elisabeth li incontra la prima volta inaspettamente nella hall del hotel dove risiede; tutti e tre sono in accappatoio. Una troupe televisiva riprende uno sketch in tre improvvisate camere da letto. A causa della pandemia il turismo si è azzerato e molte attività commerciali stanno soffrendo, dunque il trio si sta prodigando affinchè gli islandesi scelgano di fare le vacanze nel loro paese. Elisabeth (come me del resto per le mie facce note) non può fare a meno di immaginarsi il dott. Fauci, Robert Redfield (il capo della sicurezza e prevenzione del Coronavirus) e Deborah Birx (la coordinatrice della Casa Bianca) in candidi puffosi accappatoi. Ogni giorno il trio si ritrova per parlare ai loro concittadini di vari argomenti inerenti al Covid e si sforza di farlo in maniera leggera e coinvolgente, tanto che sono riusciti a conquistare il cuore e la fiducia degli islandesi che li hanno ribattezzati affettuosamente il trio, il treppiede, la santa trinità.
Intervista a Alma Möller
Alma Möller, la prima donna ministro della salute, prima della politica lavorava come dottore a bordo di un elicottero della guardia costiera. Tra i suoi compiti vi era calarsi imbrigliata su pescherecci dislocati nel Nord Atlantico per prestare le prime cure all’equipaggio. Racconta che il focolaio si scatenò in due residenze per anziani e che all’inizio l’esplosione di casi fu preoccupante; i numeri erano brutti, persino peggiori di Italia e Gran Bretagna. Attribuisce parte del successo nell’abbattimento così rapido della curva dei contagi al fatto che si erano preparati. Avevano letto scrupolosamente tutte le comunicazioni inviate dalla Cina, guardato video, controllato preventivamente i loro magazzini scoprendo che vi era scarsità di materiale medico primario e se lo erano procurato immediatamente. Tutti i medici in pensione e tutti coloro che avevano ottenuto un diploma di infermiere furono chiamati a far parte di squadre di sostegno il cui compito era telefonare alle persone che risultate positive erano state messe in quarantena. I soggetti più fragili (gli ultrasettantenni, i cardiopatici, ecc ) venivano chiamati più volte al giorno, i giovani che stavano bene anche solo due volte a settimana. Il monitoraggio del territorio ha permesso che solo i pochi casi gravi arrivassero nelle terapie intensive e la mortalità si è attestata su un livello molto basso, solo lo 0.56 per cento, una tra le più basse al mondo. Questo fatto sorprese le autorità che decisero di guardare più scrupolosamente dentro ad ogni decesso del periodo. Il risultato non solo non variò la percentuale di morte a causa del virus ma rilevò che la mortalità (generale) era diminuita dall’arrivo del Covid19. Alla domanda sulle mascherine Alma risponde che per loro ha senso utilizzarle se uno è malato e tossisce ma se uno è in quelle condizioni deve stare a casa, non andare in giro con la maschera, quindi le maschere per la popolazione civile non servono; inoltre le considera pericolose perché possono sviluppare un falso senso di sicurezza, dopo poco si bagnano, da bagnate fanno respirare male e dunque bisogna continuamente buttarle. Alma si imbarazza quando le si riconoscono (a lei come al trio) troppi meriti, e con umiltà e sagacia svicola sulla questione del successo pandemico osservando che loro sono un popolo abituato alle catastrofi: valanghe, terremoti, eruzioni e via dicendo sono fenomeni abbastanza comuni in Islanda.
Conclusioni
L’Islanda è uno dei posti più remoti della terra dove risiedere; secondo le ricerche di deCODE i primi abitanti dell’islanda furono uomini provenienti dalle terre norvegesi (i vichinghi) e donne inglesi catturate e portate lí a forza. L’isolamento, combinato con una bassa densità abitativa, nel passato ha preservato questo popolo da terribili epidemie, come la peste nera che flagellò l’Europa nel Trecento; d’altro canto per un popolo così lontano dagli altri ogni contaminazione avrebbe potuto essere fatale, come purtroppo accadde ai tempi del vaiolo. Oggi giorno il paese si è aperto molto al turismo, nell’ultimo anno ben due milioni di stranieri hanno varcato le soglie dell’Islanda e gli islandesi stessi si sono riscoperti grandi viaggiatori (nel 2018 l’80 % di essi scelsero di fare le vacanze all’estero). Rimangono comunque uno tra i popoli meno contaminati della terra e pertanto è da ammirare la pacatezza con cui hanno affrontato un virus sconosciuto. Durante la massima allerta le autorità chiusero le scuole superiori e le università e vietarono gli assembramenti al di sopra delle venti persone. Già ad inizio maggio gli assembramenti erano saliti a cinquanta, la gente era tornata a tagliarsi i capelli e tutte le scuole avevano riaperto.