Lettera dal Gambia. L’odore dei soldi.

L’Africa misteriosa non è mai stata così tanto misteriosa come nell’ultimo decennio. Ovviamente con l’eccezione della pandemia da SarsCov2 è difficile trovare servizi giornalistici che ci raccontino con professionalità che cosa sta succedendo nel continente. L’inchiesta di Ian Urbina ci presenta un fenomeno che inizia sulle coste dell’Africa occidentale ma ha propaggini e ricadute su tutto il pianeta. Si tratta di un fenomeno paradossale che si inserisce nel panorama della “nuova green economy”. Gli allevamenti ittici invece di risollevare le sorti di mari e oceani sembra che abbiano innescato una catena di effetti paradossali: intensificazione della pesca per produrre mangime di pesce per pesci con conseguente depredazione dei mari, con conseguente concorrenza sleale ai pescatori locali ridotti in povertà, con conseguente innalzamento del prezzo del pesce e conseguente inpossibilità di un suo acquisto da parte di sempre più vaste fette di popolazione, con conseguenti carenze alimentari nella popolazione e … dulcis in fundo governi sempre più corrotti e paesi che perdono sovranità politica. Se anche a voi non suona dritto leggere “mangime di pesce per pesci” e avete a cuore il pianeta troverete questo articolo molto interessante. Insomma siamo tutti sulla stessa barca.

Gli allevamenti ittici nutrono il pianeta e fanno girare l’economia. Ma sappiamo qual è il loro prezzo?

Gli abitanti di una cittadina, Gunjur, del Gambia meridionale il 22 maggio del 2017 al loro risveglio trovarono la laguna di un colore diverso. Dalla sera alla mattina le acque erano diventate rosse e i pesci vi galleggiavano morti. Le analisi rivelarono la presenza di un quantitativo doppio di arsenico mentre i fosfati e i nitrati erano saliti di quaranta volte oltre la soglia di sicurezza. Da allora la laguna non ha più ritrovato l’originaria limpidezza, ci si è abituati ad un marrone rossiccio che ormai ha colonizzato anche le acque costiere al di là della laguna. Qual è la causa dell’inquinamento? Ci sono dei responsabili? Ma certo! Sappiamo tutto. La distruzione dell’habitat naturale è causata da una fabbrica cinese di mangime di pesce per pesci d’allevamento che viene esportato in tutto il pianeta. Inutile girare la testa di là e tapparsi le orecchie, siamo tutti responsabili: i cinesi e i corrotti governanti gambiani lo sono in maniera diretta ma noi lo siamo in maniera indiretta.  Vediamo ora di far emergere le propaggini sociali del disastro ecologico, perché il vero problema di un mondo globalizzato e prostrato al dio denaro sono le catene che legano i fenomeni.

La Golden Lead
La Golden Lead fu edificata in fretta e furia per rispondere alla domanda crescente del nuovo mercato globalista del pesce ed è un avamposto dell’agenda cinese conosciuta come “Belt and Road Initiative”.

L’imponente stabilimento, che occupa una superficie pari a parecchi campi da calcio, produce una polvere giallo scura ottenuta dalla cottura di pesce. In particolare utilizza un pesce locale lungo circa dieci dita, il bonga. Questa polvere serve ad arricchire le acque degli allevamenti ittici nordamericani, europei e asiatici. L’Africa occidentale è diventata in pochissimi anni il principale produttore di mangime di pesce per pesci. Fabbriche come la Golden Lead sono state aperte in Mauritania, Senegal, Guinea-Bissau. Per ottenere questa polvere ogni industria consuma all’anno 7.500 tonnellate di pesce. Si tratta di una quantità enorme e incommensurabile con quella pescata da un pescatore locale che lavora con piroghe e lancia reti a mano. Oggi le acque delle coste africane sono solcate da aggressivi pescherecci che non lasciano scampo.

Il disastro socio-economico si somma al disastro ambientale. Le ceste dei pescatori sono sempre più vuote tanto che alcuni di loro sono costretti ad abbandonare la loro economia di sussistenza; e pensare che, come dice il pescatore Abdul Sisai, “solo vent’anni fa le nostre acque erano così ricche di bonga che spesso lo regalavamo”. Un’altra pratica cui i pescatori ricorrono per sopravvivere è il debito, che contraggono direttamente con la Golden Lead. L’azienda infatti acquista in anticipo, ma sottoprezzo, il pesce, arrivando a pre-pagare anche venti ceste. Una pratica che potremmo definire “disperata” e pericolosa.

Dopo l’apocalisse del 2017 alla fabbrica “Golden Lead” fu revocata, per un periodo molto breve, la licenza e le fu elevata una sanzione che l’ecologista microbiologo Manjang definì “insignificante e offensive”. E comunque dopo nemmeno un anno dal fatto la compagnia cinese non solo era più che operativa ma aveva costruito un condotto di scarico, un lungo tubo, che sparge gli avanzi tossici direttamente nel mare. Non si tratta certo di ultima tecnologia perché uno degli effetti di questo scarico incontrollato è un fetore che ammorba l’intera cittadina (quindicimila persone); l’odore è tanto pregnante che i vestiti nemmeno da lavati lo perdono. È comune trovare pesci morti che rotolano sul bagnasciuga: anguille, razze, tartarughe marine, delfini e persino balene spiaggiate, tutti morti avvelenati. Le morie di alghe sono così imponenti che nuotare è diventato impossibile; i pochi turisti passeggiano indossando mascherine nel vano tentativo di difendersi dal rancido che impregna l’aria mentre i locali bruciano incensi e candele profumate per sopravvivere. Nel marzo del 2018 i cittadini, inascoltati e ignorati dal governo, presero l’iniziativa di smantellare a picconate il condotto; due mesi dopo la “Golden Lead” si era dotata di un nuovo tubo di scarico su cui aveva issato la bandiera cinese. Da allora i residenti, sempre più impotenti, presero atto del nuovo dichiarato imperialismo. Quando alcuni ecologisti locali, come Manjang, cercarono attraverso la stampa di far esplodere il caso, furono liquidati con una frase sprezzante dal ministro della pesca e delle risorse idriche:”la puzza che sentite non è altro che l’odore dei soldi”.

Storia, costi e benefici dell’acquacultura
In forma rudimentale la pratica dell’allevamento ittico esiste da secoli, soprattutto per la coltivazione di molluschi e  frutti di mari e non ha mai creato problemi. Dagli anni sessanta ad oggi però la domanda mondiale di pesce si è raddoppiata. Per rispondere a questa “necessità” tutta umana, il pesce di tutti gli oceani e di tutti i mari del pianeta non basta. Si è pensato allora di sviluppare la tecnologia dell’acquacoltura. Secondo un rapporto della Nature Conservancy del 2019, già nel 2050 gli allevamenti ittici dovranno diventare la nostra principale fonte di approvigionamento di pesce. Un ecologista dell’ultima ora, con poco spirito critico e abituato a bersi tutta l’apparenza green mondialista che impazza negli ultimi tempi, potrebbe sentirsi rassicurato da questi documenti: la natura, l’ambiente marino etc sono in buone mani. Non voglio entrare in questioni morali circa la sofferenza o non sofferenza di animali stipati e imbottiti di antibiotici; mi limito ad analizzare il problema sotto il profilo sociale, culturale ed ecologico. Prima di tutto mi sembra interessante osservare che il fenomeno è solo in apparenza imputabile all’aumento demografico globale perché la maggior parte del pesce consumato sulle tavole avviene nei paesi ricchi, non in quelli poveri e più popolosi. Seconda osservazione è che gli allevamenti ittici dovrebbero essere molto più sostenibili dei maxi pescherecci dotati di reti capaci di catturare e uccidere specie protette come i delfini e le balene. Questo è sicuramente vero ma, se poi i mammiferi marini muoiono avvelenati dall’inquinamento causato dai liquami tossici delle fabbriche di pesce, siamo punto a capo. Terzo punto: se gli allevamenti di ostriche richiedevano poco e niente, un allevamento di salmoni, ad esempio, consuma più kg di pesce di quanto ne sarà venduto.

Il problema del consumo di pesce da parte dei pesci è probabilmente il nodo più difficile da risolvere. Leggendo l’articolo di Ian Urbina rimango sbalordita dalle soluzioni tentate dalla scienza: larve di mosche, muffe monoproteiche derivate da funghi e batteri e persino deiezioni umane. Al momento nessuno dei tentativi è stato soddisfacente, quindi si continua a somministrare pasti a base di pesce. Immagino che un sottoproblema non sottovalutabile sia che i consumatori finali dei pesci allevati siamo noi. Credo che sapere che il pesce nel mio piatto è stato allevato con della “bella merda” non mi farebbe gustare il pranzo… Non so a voi… 

Un esempio della nuova “filantropia green”: la Belt and Road Initiative.
La “Belt and Road Initiative” è quella che noi conosciamo come la nuova via della seta. L’Italia fu la prima tra gli stati membri della UE che siglò la propria adesione al progetto nel marzo 2019. Sulla carta campeggiano parolone come “cooperazione” “sviluppo delle nazioni più povere” e “benessere diffuso”. Nel 2017 solo in Gambia la Cina cancellò quattordici milioni di dollari di debito e investì nel paese trentatre milioni di dollari. Tutto fatto per sentimento filantropico e desiderio di giustizia sociale? Sul territorio nazionale furono aperte tre fabbriche come la Golden Lead e alla popolazione locale fu fatto credere che gli stabilimenti avrebbero portato lavoro, un mercato del pesce internazionale e strade. In realtà, come ci racconta Manjang, i cinesi razziano il mare del Gambia e come, ben lo illustra un detto della lingua mandinga: “l’ombra dell’alta palma offre riparo lontano dal fusto” così i profitti del pesce vanno lontano. Inoltre il poco bonga rimasto è aumentato sensibilmente di prezzo tanto che oggi meno della metà della popolazione del Gambia può acquistarlo. Tradizionalmente la popolazione assumeva un sufficiente apporto proteico proprio dal consumo di pesce. Sulle strade si continua la gimcana tra le buche e in mezzo a polveroni. E il lavoro? Leggete il paragrafo seguente e valutate voi se questo si può chiamare lavoro o assomiglia di più a schiavitù.

I nuovi pirati
Mentre i paesi più ricchi da tempo hanno compreso il pericolo dello spopolarsi dei loro mari e con tecnologia d’avanguardia, come i satelliti, controllano i movimenti dei branchi di pesci e hanno istituito regole severe (multe salate con ritiro licenza) per la pesca, paesi come il Gambia languono nell’illusione che il pesce ci sia, e ci sarà per sempre, per tutti. La maggior parte di questi paesi non sono nelle condizioni di monitorare alcunché perché non solo mancano degli strumenti tecnologici necessari, spesso non possono nemmeno esercitare la propria autorità politica. Il Gambia da questo punto di vista sembra essere il paese più in difficoltà, con un ministro che, pur non conoscendo nemmeno il quantitativo di pesce pescato all’anno, rassicura, compaesani e investitori stranieri che la pesca industriale è in ottima salute. Qualche forma di protezione è messa in atto da organismi non governativi come la ONG Sea Shepherd, che negli scorsi anni ha lavorato con i governi di Gabon, Liberia, Tanzania, Benin e Namibia. La Ong collabora anche con il governo del Gambia per proteggere quelle nove miglia di acque riservate ai pescatori locali. Periodicamente a pattugliare la costa arriva Sam Simon, una nave di sessanta metri di lunghezza equipaggiata con silenziosi e velocissimi motoscafi, capaci di arrembaggio notturno. Ian ci racconta che al loro arrivo, dalla spiaggia, come ogni sera, si potevano contare dozzine di pescherecci stranieri con motore a benzina. Il capitano di Sam Simon decise all’ultimo di cambiare piano d’intervento: era stato deciso un controllo a tappeto alle piccole imbarcazioni, probabili pescatori di frodo africani. Ai vertici dell’amministrazione gambiana erano in molti a conoscenza dell’imminente operazione e il cambio di programma portò non poco scompiglio in un sistema politico abituato a rilasciare informazioni riservate a “certi pescherecci…”  Il controllo a sorpresa quella notte fu fatto alla Lu Lao Yuan Yu, un massiccio peschereccio che un tempo doveva essere blu elettrico, se ne vedeva la traccia tra la ruggine. A bordo vi erano il capitano Qiu Shenzhong, sette ufficiali cinesi e una decina di operai africani. Al ponte inferiore gli operai in sudice canotte lavoravano spalla a spalla a un nastro trasportatore: smistavano bonga, sgombro e altro pesce bianco. Tra le ceste, sulle pareti e nei freezer correvano in maniera caotica in ogni direzione grosse blatte. Le celle frigorifere erano appena appena fredde. Un operaio approfittando del rumore delle macchine confidò a Ian e all’ispettore che la nave era appena uscita dalla zona vietata perché era arrivata una soffiata dell’ultimo minuto. Lo stesso uomo accompagnò il giornalista e l’ufficiale a visitare una cabina piena di cataste di giornali, vestiti e coperte dove molti operai erano stati alloggiati alla bell’e meglio. L’uomo nel mostrare quel luogo commentò: “guardate, ci trattano come cani”. All’occorrenza il capitano Qiu Shenzhong era solito assumere mano d’opera a basso prezzo oltre la capacità della nave. Nel frattempo sul ponte principale era scoppiata una lite tra un luogotenente gambiano e il capitano cinese a causa del diario di bordo trovato completamente in bianco. Per la legge il registro dovrebbe riportare in dettaglio ogni spostamento fatto, il tempo di pesca, il tipo di equipaggiamento e soprattutto il tipo di pesce pescato e il quantitativo. Qiu Shenzhong era furioso: urlava che nessuno in Africa tiene quei conti. Ian ci conferma che purtroppo non stava mentendo. Alla nave fu imposto l’immediato rientro al porto. Shenzhong giocò l’ultima carta chiedendo alcune ore per riparare un guasto (probabilmente sperava di poter avvisare l’armatore in Cina che avrebbe chiamato il politico giusto). Jallow, l’ufficiale, non abboccò e in meno di venti minuti la Lu Lao Yuan Yu entrava nelle acque portuali di Gunjur e veniva posta sotto sequestro.

Nelle settimane successive la Sam Simon ispezionò quattordici pescherecci, quasi tutti battenti bandiera cinese, e tredici furono posti sotto sequestro. Nessuno aveva fornito un registro di pesca adeguato, alcuni furono multati per maltrattamento del personale costretto a lavorare e vivere in maniera indegna. In un caso non essendoci abbastanza stivali alcuni operai lavoravano in ciabatte e uno di loro, a causa di una vibrissa di pesce gatto, mostrava un piede gonfio e tumefatto come una grossa melanzana. Su un altro peschereccio fu trovato un cunicolo di metallo alto dai quattro ai sei piedi, appena sopra la caldaia, dove venivano stipati ben otto lavoratori a dormire. Alcuni operai raccontarono che con il mare grosso l’acqua più volte era entrata nella cabina elettrica e vi erano stati dei cortocircuiti.

Conclusioni
È stato appurato che tra il 2018 e il 2020 il ministro per la pesca Bamba Banja prese mazzette dalle compagnie cinese e riuscì ad assicurare alle fabbriche di mangime come la Golden Lead permessi di lavoro persino in pieno lockdown. Il ministro non commenta e continua a sedere comodo sulla sua poltrona. Ogni giorno dallo stabilimento escono dai venti ai quaranta container, ogni container contiene quattrocento sacchi da cinquanta chilogrammi l’uno di mangime per pesci. I container vengono imbarcati e spediti in Asia, Europa e States.

Gli allevamenti ittici, invece di risollevare le sorti di mari e oceani, sembra che abbiano innescato una catena di effetti paradossali cui non credo la tecnologia riuscirà a breve termine a porre rimedio. Credo che invece una massiccia presa di consapevolezza potrebbe fare molto di più la differenza, perché il problema è enorme e di vitale importanza. Se non ci fermiamo e rivediamo integralmente i nostri stili di vita, in coscienza non possiamo chiamarci amanti della natura e men che meno dichiararci difensori dei più deboli; diciamo che, senza ipocrisia, non potremmo nemmeno definirci interessati all’essere umano. Cambiare, all’inizio, sarà faticoso, perché siamo viziati, ma poi potremmo scoprire altro. Recentemente mi è capitato di leggere in un blog community questa frase “tutto ciò che abbiamo fatto fin dalla nascita è stato fatto per servire il Sistema” firmato farmacista pentito. Innescata la logica della consapevolezza potremmo chiederci come facessero un tempo i popoli a sfamarsi e riflettere sulle parole di Gandhi “sulla terra c’è abbastanza ricchezza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare l’avidità di pochi”. Potremmo allora capire che la libertà di vivere sani e felici è molto più preziosa del poter ordinare easy fish al telefono a tutte le ore del giorno e della notte e ogni volta che ci va.

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