Naughty Bits

L’articolo di Hendrik Hertzberg ci narra di uno storico caso legale intercorso tra i Monty Python e la ABC – l’American Broadcasting Companies, Inc., iniziato dal gruppo inglese in difesa della propria opera artistica. Snocciolando la storia ragioniamo sul valore della comicità e del suo linguaggio: strampalato, pericolosamente irriverente e spesso al limite dello scabroso (soprattutto per chi è incline a vedere il peccato a ogni piè sospinto). Ma che cos’è l’opera comica? Serve solo a divertire? a svagare? Tutt’al più a favorire la catarsi? Così piacerebbe molto ai produttori americani: solidi incassi e pochi problemi. Ma Graham Chapman, Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones, John Cleese e Sir Michael Palin non avevano mai guardato né alla propria opera né al proprio pubblico con simili occhi, pertanto ingaggiarono una causa legale contro la potente emittente televisiva ABC per una pura ragione di principio etico-morale-artistico. L’operazione di censura di un’opera artistica, ma anche di un’opinione, è a mio avviso una pratica barbara. Purtroppo dai tempi dei MP ad oggi le tecniche per imbavagliare il pensiero si sono raffinate. Riflettere sul caso intercorso nel lontano 1976 apre una finestra di senso su concetti che oggi sembrano dimenticati, come l’integrità, l’onestà intellettuale, la dignità del pubblico.

Era la scorsa primavera quando misi da parte, nella apposita cartellina New Yorker, questo storico articolo dedicato ai Monty Python, apparso sulla rivista nel lontano aprile 1976.

Non immaginavo che il tema trattato sarebbe tornato ad essere così attuale. Certamente la pratica del “politicamente corretto” non è una novità: da anni impera (e divide) in vari ambiti del vivere civile. Un poco meno conosciuta ai più, ma certo non di primo pelo soprattutto in ambito culturale, è la delete culture, un potente strumento censorio mascherato dai soliti buoni principi. L’articolo di Hendrik Hertzberg ci narra del caso legale intercorso tra i Monty Python e la ABC – l’American Broadcasting Companies, Inc. Sarà per il diverso sistema giudiziario ma leggere questa storia è avvincente, tanto che mi sono chiesta perché non ne sia mai stato fatto un film. Il caso è interessante sotto diversi punti di vista e apre a varie riflessioni. Per esempio si può osservare come in un mondo ancora non globalizzato l’incontro tra due culture (inglese e americana), peraltro non così lontane (potremmo definirle cugine), fa scintille e crea diversi livelli di comunicazione: con il pubblico va inaspettatamente alla grande (tanto che i produttori rimangono basiti), con le istituzioni e l’intera macchina commerciale invece l’incomprensione reciproca segna l’ingresso nell’aula del tribunale.

Il Contesto
I Monty Python furono un gruppo nato nel 1969 che impazzò negli anni 70 dando un importante contributo di critica alla società dei costumi borghesi. Ancora negli anni 90, noi giovani, universitari e non, eravamo soliti riunirci in qualche casa lasciata libera dai genitori nel fine settimana per gustarci le bizzare avventure di Brian di Nazareth (quello nato nella grotta di fianco), di cui scimmiottavamo per giorni le battutte. Lo spirito dei film, come di tutte le produzioni televisive dei MP, è inconfondibilmente British: una tazzina di fine porcellana Ming in cui qualcuno ha infilato un dispettoso troll che mostra il sedere e ride.
Quando l’agenzia americana Time-Life Films firmò il contratto con la BBC per importare un primo assaggio di Monty Python negli States probabilmente lo fece per quell’impulso irrefrenabile all’imprenditoria che contraddistingue gli americani: vincere una scommessa quasi impossibile è qualcosa di esaltante per lo spirito Yankee… Nulla infatti faceva presagire un loro possibile successo. I loro sketch erano stati pensati per il pubblico inglese, erano pieni di riferimenti a persone, cose e luoghi esistenti in Gran Bretagna; per non parlare poi del linguaggio, uno slang iperlocale condito di nonsense e doppi, se non tripli, sensi… E soprattutto apparivano davvero inadatti per una cultura puritana qual era, ed è, quella americana, non avvezza a veder comparire in scena personaggi adamitici. E invece il debutto di “The Monty Python’s Flying Circus”, sebbene in programmi televisivi di nicchia, fu un tripudio di ovazioni e in men che non si dica, proprio come nelle favole, i MP entrarono nell’olimpo dei fenomeni cult. Furono le nuove generazioni ad accogliere lo spirito irriverente dei giovani artisti inglesi così come avevano accolto con passione la musica dei Beatles, il teatro di Grotowski e ogni manifestazione di creatività capace di mettere a nudo la società corrotta. Perché a ben guardare poco importa che il ministro che indossa un tutù e fa cose irrazionali sia inglese, americano o sudafricano: ciò che il giovane pubblico leggeva era l’ipocrisia del ministro, la sua ignoranza, la sua tracotanza… Appurate le potenzialità dei Python sul campo, fu Bob Shanks, il vice presidente della ABC, ad avere la prima idea di “distillare” dalla compilation dei tredici episodi di “The Monty Python’s Flying Circus” una selezione adatta (e adattabile) alla trasmissione Wide World of Entertainment, che sebbene in onda in seconda serata rappresentava uno dei programmi più seguiti dal pubblico americano dell’epoca. I Python rifiutarono in toto la proposta ben spiegando che il loro lavoro non poteva essere ridotto. L’ABC, in combutta con la BBC (che possedeva legalmente i diritti), di lì a poco procedette con una nuova operazione di acquisto dei diritti di proiezione su sei episodi inediti negli States, stavolta senza previo diretto consulto con i Python. Per scrupolo l’agente del gruppo telefonò più volte agli americani per assicurarsi che gli episodi sarebbero stati proposti integralmente, cioè due compilation di episodi da 90 minuti ciascuna. Siccome siamo negli anni ’70, dunque per certi versi, sembra, epoche fa, gli autori riuscirono a vedere con i propri occhi ciò che la ABC aveva trasmesso solo due mesi dopo, cioè quando a fine novembre Nancy Lewis, la loro promoter americana, andò a Londra portando con sé una videocassetta. Ciò che viderò non gli piacque per nulla: ben ventidue minuti del loro prezioso lavoro artistico erano stati cancellati! Erano spariti il gatto nero spiaccicato sul muro di casa la cui coda fungeva da campanello, una raccapricciante madama che si puliva le scarpe su del pane mentre una sua compare mangiava pop corn di plastica… giusto per citarne alcuni… ovviamente erano sparite le scene di nudità e censurate parole come tits (tette) spesso cantilenate o balbettate, era caduta persino l’espressione favorita del Python “naughty bits” con cui amavano riferirsi alle parti intime e sessuali. I cinque Python furiosi e interdetti subito scrissero una nota alla ABC di protesta in cui non riconoscevano il proprio lavoro: “ABC had written and performed a short, pointless, and not particularly funny sketch.” che concludeva affermando che avrebbero fatto qualsiasi cosa per bloccare l’ABC dal mandare in onda altro lavoro storpiato con il nome Monty Python. Di fronte al rifiuto dell’ABC di cancellare il secondo appuntamento del programma previsto per il 26 dicembre, i Monty Python volarono a New York City determinati a citare in giudizio la potente e prepotente emittente televisiva.

In aula
Il caso Monty Python v American Broadcasting Companies, Inc. si presentò subito come qualcosa di non ordinario: un autore semi sconosciuto che ingaggia una causa affinché il suo lavoro non vada in televisione non si era mai visto… che poi l’autore fosse una banda di clown che trascinava alla sbarra dei distinti manager di una Tv nazionale era qualcosa di stravagante. Quando poi nella giornata dell’udienza il giudice Morris E. Lasker volle trasformare la sala in un piccolo cinema per visionare l’oggetto del contendere, a molti probabilmente parve che la realtà si stesse fondendo nelle visioni montypythiane, soprattuto ogni volta che il giudice Lasker scoppiava in una fragorosa risata. E non era l’unico… voci maligne raccontano che persino l’imputato Shanks ridesse sotto i baffi. Durante l’udienza le parti difesero la propria posizione con veemenza al limite della teatralità. Per i Python il nocciolo della questione era l’ “integrità” dell’opera in sé stessa e del gruppo di fronte al proprio pubblico. In merito alla prima forma di integrità rimase celebre la spiegazione di Terry Gilliam: se dal quadro il dejuner sur l’herbe cancelli la donna nuda rimane un quadro di alta qualità artistica perché è fatto da Manet ma l’intera struttura non dice più nulla di ciò che diceva prima, al massimo può raccontare altro, ma non certo della relazione che intercorre tra uomini borghesi e prostitute.  L’intera opera dei Python si fonda su una struttura complessa di significati che vanno ben oltre l’aspetto ludico evasivo. L’opera rimaneggiata dalla ABC non intacca la parte comica in sé ma la espropria dei significati profondi non necessariamente da ridere. Anche la relazione con il pubblico per i Monty Python è un argomento delicato; i Python si erano presentati come ragazzi irriverenti ma onesti. Che cosa penserebbe il loro pubblico di fronte alla scelta dell’ABC di edulcorare il loro lavoro?  L’emittente farebbe credere ai fans che il gruppo avesse ceduto alle moine dello spettacolo perbenista. Insomma i Python ne avrebbero avuto un grave danno di immagine.  La difesa di Shanks si fondava al contrario su dettami di legge di Stato e sulle linee guida dello statuto societario dell’ABC volte a proteggere il pubblico, i soggetti più deboli e meno preparati, ma soprattutto a non far scappare indispettiti gli sponsoor commerciali.  Si arrivò dunque, in un clima di educata ilarità, al verdetto. Il giudice Lasker tenne per una buona manciata di minuti tutti con il fiato sospeso, illuminando di speranze ora una ora l’altra parte per concludere invece con una fantastica sentenza solonica. Dopo aver riconosciuto la buona fede di entrambe le parti e per inciso la necessità che nel futuro alla stipula dei contratti le parti si impegnassero a considerare come gli aspetti artistici si integrano con i commerciali, e avere convenuto con i ricorrenti che l’opera tagliata, seppur in maniera magistrale, aveva perso la sua vena iconoclastica, dichiarò che non avrebbe accolto l’opposizione dei Monty Python. Per il gruppo fu una doccia gelata. Il giudice non poteva dar corso allo loro richiesta di bloccare l’uscita già programmata dalla ABC perché molti dettagli della relazione contrattuale erano ambigui, ma soprattutto l’emittente avrebbe da ciò subito una pesante perdita economica mentre loro come autori, secondo il copyright, ne avrebbero, almeno sotto questo profilo, comunque tratto un guadagno. Ma ecco che quando tutto sembrava perduto, dopo un gelido silenzio, il giudice riprese a parlare: “comunque, mi parrebbe corretto che al ricorrente sia data la possibilità di esprimere pubblicamente il proprio disconoscimento, insomma che possa in qualche maniera raccontare che cosa è accaduto oggi. Vorrei dunque, e qui lo dico alla ABC, che al ricorrente sia data la possibilità di preparare una frase, che abbia senso o non ne abbia, secondo lo stile dei Python, da inserire nell’opera così che il pubblico sia messo a conoscenza dei fatti, non credo che questo ruberrebbe troppo spazio al programma, e perché dovrebbe…” I Python presenti in aula immediatamente si ringalluzzirono e in capo a due giorni consegnarono la loro proposta al giudice: “I Monty Python desiderano dissociarsi dal programma che verrà dato, il quale è una compilation di loro sketch montati dalla ABC senza la loro approvazione”. La frase doveva essere inserita a video per venti minuti e letta all’inizio del programma e durante l’interruzione pubblicitaria. I capi della ABC andarono su tutte le furie e corsero a tirare la giacchetta dei giudici della corte d’appello. Mai e poi mai avrebbero accettato una cosa simile, piuttosto avrebbero soppresso il programma. Argomentarono citando il primo emendamento sulla presunta violata (loro) libertà di parola, cosa che suonò a molti una difesa orwelliana visto la censura che avevano apportato al ricorrente; ma forse ancora più distopica fu la seconda argomentazione, che sosteneva che accordando legalità a una simile pratica si poteva immaginare un futuro in cui qualsiasi lavoratore televisivo, dal cameraman al truccatore, avrebbe potuto sentirsi incompreso artisticamente e volere pertanto un risarcimento danni. Ma, benché le argomentazioni fossero tirate per i capelli, tanto fu il battere dei piedi per terra che l’ABC l’ebbe vinta in appello d’urgenza. Tre giorni dopo il programma andò in onda con una minuscola scritta che i più probabilemente non notarono: “edited for television by ABC”. A parte le cinque lettere “by ABC” “edited for television” era una frase a cui tuttosommato i telespettatori erano abituati. I responsabili ABC riferirono di tanta generosità (non erano legalmente obbligati) al giudice Lasker sostenendo di averlo fatto in autentico “spirito di compromesso”; purtroppo allora come oggi questa loro liberalità suona stucchevole e falsa. Osserva il giornalista che la mossa apparve studiata per la stampa e che, se proprio avessero voluto riconoscere la volontà dei MP apertamente, avrebbero almeno dovuto scrivere “re-edited for television by ABC“.

Riflessioni
Siamo arrivati alla fine della storia; è giunto dunque il momento di tirare qualche filo. L’operazione di censura di un’opera artistica, ma anche di un’opinione, è a mio avviso una pratica barbara. Purtroppo dai tempi dei MP ad oggi le tecniche per imbavagliare il pensiero si sono raffinate. Personalmente non ho mai avuto simpatia per il “politicamente corretto” che si è imposto da decenni nella nostra cultura fino a dominarla e dominarci psicologicamente. A mio avviso questa sovrastruttura ha lavorato segretamente per abituarci a reprimere le nostre opinioni e i nostri giudizi, anzi a farcene vergognare… Ma se così fosse non corrisponderebbe ad un ritorno all’ipocrisia perbenista mascherata da correttezza formale? Proprio quel mondo che la controcultura cercò con ogni mezzo di scardinare? Penso agli aristogatti caduti sotto la scure della delete culture (c’è un gatto con gli occhi a mandorla…) o a una Biancaneve che non dà il consenso al bacio. Questi sono solo due casi famosi e buffi; il materiale cancellato e modificato è tantissimo. Anche i censori sono cambiati, sono soggetti sempre più impersonali come gli algoritmi dei social. Io stessa più volte mi sono vista apparire sul monitor messaggi che mi comunicavano una violazione delle regole della community… Avevo solo espresso il mio pensiero, peraltro in maniera educata. Mi pare insomma che stiamo tornando indietro, che sotto la vigilanza del linguaggio politicamente corretto stiamo reprimendoci, stiamo tornando in una cultura di tabù; non importa che siano cambiati alcuni contenuti (es. il libero orientamento sessuale), la struttura repressiva è tornata forte e cogente a limitare la libertà dello spirito. Conoscete la favola dei monaci in viaggio? Due monaci, uno vecchio e uno giovane, viaggiavano a piedi pregando e meditando tutto il tempo. Secondo la regola del loro ordine non potevano toccare la donna. Accadde un giorno che arrivati davanti a un fiume incontrarono una giovane donna che piangeva. Il vecchio le chiese: “donna, che ti succede? Perchè piangi?” La donna rispose: “mia madre che è tanto anziana ha bisogno di me, ma abita al di là del fiume e io non so nuotare”. Il vecchio monaco allora la prese in braccio e la aiutò ad attraversare il fiume. Si salutarono e i due monaci ripreserò il loro cammino. Il giovane però divenne cupo e mogio e cominciò a trattare l’anziano con sufficienza. Il vecchio allora si decise a chiedere che avesse. Il giovane rispose che non poteva più considerarlo la sua guida perché aveva toccato quella donna. Il vecchio pacatamente gli rispose che era vero: aveva tenuto tra le sue braccia una giovane donna ma l’aveva lasciata là sulla riva del fiume, mentre lui se l’era portata con sè.

La storia in un flash di significato ci fa riflettere su che cosa è la moralità autentica e di come le strutture del controllo sociale agiscono non per sostenerla ma per castrarla. Le regole accettate acriticamente e i tabù sono strumentali a mantenere l’uomo inconsapevole e represso. Ma alla disamina possiamo aggiungere dell’altro. Una società repressa è una bomba di violenza. È ciò a cui stiamo assistendo increduli oggigiorno. Dopo anni di “politicamente corretto” improvvisamente sembra che in tanti, con la scusa del virus, si siano abbandonati al peggior turpiloquio; improvvisamente scaricare odio sull’altro sembra legittimo, improvvisamente cercare il diverso per additarlo e schernirlo pare un atto prode, da veri duri… (Del resto se l’esempio viene offerto dalle prime cariche dello Stato…). Siamo di fronte ai due estremi, da una parte l’ipocrisia del nascondere per non offendere (forse) il diverso, dall’altra il gusto perverso di umiliarlo. Ma come possono stare assieme, mi domando? Non credo serva un esperto per definire un simile fenomeno come “borderline” di una società che sta impazzendo. E allora che possiamo fare? Purtroppo non ho una soluzione da offrire, sicuramente credo che dobbiamo calmarci e provare a prendere le distanze dalle cose. Solo da fermi potremo recuperare umanità, razionalità e serenità e uscire da una folle corsa verso la distruzione. Solo allora potremo ricominciare a giocare un gioco serio e onesto come i simpatici Monty Python, capaci di mettere alla berlina l’impostore e non il diverso.

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