Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi” dice Tancredi al principe di Salina, suo zio. Così mi pare che si comporti la nostra civile Comunità Europea nei confronti dell’immigrazione dall’Africa. La lettura di questo articolo di Ian Urbina è un pugno diretto allo stomaco; farebbe comodo pensare che sia un racconto di fiction, ma non lo è… Non solo per le testimonianze dirette, persino dello stesso giornalista che nello scorso maggio 2021 (con l’intera troupe) venne picchiato, arrestato, messo in isolamento e derubato, ma anche per la trama di giochi di potere in cui il governo italiano, ben spalleggiato dalla UE, gioca un ruolo di prim’ordine. Il titolo “Il muro invisibile” è geniale. Mi fa pensare a quanti amici ingenui ho visto in questi anni sbraitare contro i muri di cemento armato (quello israeliano prima e poi quello ridicolo di Trump) senza rendersi conto che il diavolo più pericoloso è anche il più furbo. Un muro invisibile prima di tutto è fatto di soldi, che come tutti sanno svaniscono facilmente nel nulla; è fatto di droni spia, di milizie mercenarie addestrate alla scuola occidentale, di deroghe territoriali che nessun civile immagina e soprattutto di una struttura di copertura (il Trust Fund) capace di trasformare i misfatti in azioni lodevoli. Minniti 2017: “Ciò che ha fatto l’Italia in Libia è un modello di come si può trattare con i flussi migratori senza erigere dei muri”. E nel 2021 Il ministro della giustizia libico Marghani: “l’obiettivo del programma era stato subito chiaro: far risultare agli occhi dell’opinione pubblica la Libia come il cattivo ragazzo, mentre i bravi politici possono raccontare alle persone per bene che stanno in Europa, che si sta facendo di tutto per aiutare i poveri immigrati…”.
Le prigioni segrete che tengono i migranti fuori dall’Europa
Una sequenza di improvvisati depositi situati ai margini della statale, circondati da un’accozzaglia di officine meccaniche e macerie. Questa è Al Mabani, la prigione incubo per migliaia di uomini e donne in fuga dalla povertà; un tempo era un deposito di cemento, dal 2021 è stata riadattata per “ospitare” i migranti intercettati nel Mar Mediterraneo. I suoi muri sono alti e ricoperti da filo spinato. Uomini vestiti di nero o in tuta mimetica, armati di Kalashnikov, presidiano un ufficio ricavato dal container di una nave sulla cui porta campeggia “Direzione – combattiamo l’immigrazione illegal”.
Era il 5 febbraio del 2021, alle 3 del mattino, quando il protagonista di questa storia, Aliou Candé, un robusto quanto timido ventottenne della Guinea-Bissau, veniva spinto nella cella n. 4 di Al Mabani. Spintonato dalla guardia avanzava a fatica cercando di non calpestare altri esseri umani che si trovavano sul pavimento. Giunto in un angolo della cella-magazzino venne preso dal panico. In quel luogo angusto illuminato da neon notte e giorno, dove la luce naturale e l’aria filtrano da una grata larga non più di trenta centimetri, sulla quale gli uccelli fanno nidi e da cui cadono penne e escrementi, si trovavano ammassati almeno altri duecento detenuti. Aliou Candé aveva lasciato il paese natio ben un anno e mezzo prima perché la sua famiglia costituita da genitori anziani, una moglie, tre figli e qualche fratello più piccolo, non aveva più di che sostenersi. Da Agadez, un tempo chiamata la porta del Sahara, in Niger, il viaggio si era fatto più duro. Nel 2015 lo Stato, sotto pressione della UE, approvò una legge, la n. 36, che dalla notte alla mattina trasformò autisti di autobus, guide e varie figure di viaggiatori senza troppi distinguo in possibili trafficanti di esseri umani, reato punibile con trenta anni di carcere. I migranti erano allora costretti a proseguire a piedi il loro viaggio e, come accadde più volte a Candé, a dormire nella sabbia ai bordi della strada. Finalmente nel gennaio 2020 arrivò in Marocco. Ma quì scoprì che il passaggio per la Spagna costava 3.000 euro (che lui non aveva), mentre se si fosse imbarcato dalla Libia diretto in Italia il viaggio era “cheap”. Sognava di lavorare in Europa, probabilmente qualsiasi lavoro sarebbe andato bene, invece in quella dannata notte lo scafo su cui si trovava fu intercettato e catturato dalla guardia costiera libica. In verità il gommone si trovava ben 70 miglia lontano dalla Libia, già in acque extra-territoriali. Inoltre accade un fatto, per nulla inconsueto: l’aereo a motore a elica Eagle1, un Beech King Air 350, della Frontez, un’agenzia di sorveglianza, li sorvolò per 15 minuti buoni.
In quei giorni circa 1.500 migranti erano detenuti ad Al Mabani in otto celle. Avevano a disposizione un bagno ogni cento persone. Candé, come altri, dovette più volte pisciare nella bottiglia dell’acqua e defecare nella doccia… Non c’erano abbastanza materassi per tutti: c’era chi si riposava di giorno e chi di notte… Qualche volta scoppiavano dei litigi per la precedenza a dormire nelle docce dove la ventilazione era migliore. Due volte al giorno, marciando in fila, venivano condotti nel cortile. Gli era vietato alzare gli occhi al cielo e parlare, pena ritrovarsi accasciati in ginocchio a causa di una manganellata. Nel cortile, per terra, venivano disposte delle ciotole comuni da cui potevano mangiare, sempre sotto l’occhio ferino dei secondini. Candé, come gli altri, era detenuto ma tecnicamente non era accusato di nulla, quindi per lui non c’era una via legale possibile, né un avvocato d’ufficio che potesse trattare il suo caso. Se sei catturato dalla Guardia Libica e consegnato all’agenzia di Pubblica Sicurezza semplicemente devi stare dove di mettono, senza che nessuno ti dica nulla, e attendere. Poche settimane dopo il suo arrivo ad Al Mabani, con uno stratagemma, diciannove detenuti riuscirono a scappare. Per chi rimase fu l’inferno. Quando arrivarono i rinforzi, le guardie entrarono nella cella sparando all’impazzata, dopodichè picchiarono i migranti selvaggiamente. Un ragazzo fu colpito così forte alla testa con il calcio del fucile che svenne e iniziò a contorcersi in preda alle convulsioni. Non chiamarono l’ambulanza. Lo portarono via, non si sa dove. Dopo questa esperienza Candé si sforzò di rimanere il più possibile fuori dai guai, obbedendo e ossequiando tutto ciò che c’era da ossequiare. Pregava e sperava. Si era rifugiato in una indiscrezione: per il Ramadan ci liberano. Passò il Ramadan e con esso se ne andò ogni speranza di libertà di Candè. Finché arrivò quel fatidico 8 aprile. Erano le due del mattino quando alcuni sudanesi stavano cercando di forzare la porta della cella con un improvvisato piede di porco. Altri cercarono di convincerli a desistere, ma non ci fu modo di ragionare e scoppio una violenta rissa. Candé, come ricorda l’amico Soumahoro, si nascose nella doccia. Molti migranti chiesero aiuto alle guardie, ma queste si divertivano a fare video con il cellulare dalla grata. La zuffa si protrasse per ore, fin quando, all’improvviso, le guardie iniziarono a sparare all’impazzata attraverso la finestra del bagno. Dopo 10 minuti di follia, due ragazzi erano feriti alle gambe, Candé ucciso da un proiettile ficcatosi nel collo. Il direttore di Al Mabani era furioso con i suoi uomini, disse “Potete fargli tutto quello che volete, eccetto ucciderli!”. Il 30 aprile, poco dopo le 5 p.m. Candé fu seppellito in un buco fatto nella sabbia non più profondo di un piede e mezzo, sopra fu posta una pietra e colato del cemento. Qualcuno usando un bastone vi scrisse sopra Aliou Candé. In questo luogo ci sono altre migliaia di Candé sepolti, ma per molti di loro non c’era nessuno a ricordarne il nome.
Del caso “carceri libiche”, in questo periodo, si sono occupate diverse agenzie di stampa italiane; c’è stato per esempio un servizio firmato da RAI3 a cura di “Mezz’ora in più” in cui en passant si dice che lo scorso aprile era morto un ragazzo. I documentari sono denunce al “governo libico”, o meglio a quello che l’ONU riconosce come meglio legittimato. Sembra che ogni colpa sia da attribuire a funzionari corrotti che cooperano con spregiudicate milizie non meglio identificate per derubare i migranti di ciò che le ONG, sponsorizzate dall’Europa, portano loro: coperte, materassi, kit sanitari, pasti, vestiti, giocattoli, ecc. e ovviamente i diritti, dalle visite mediche ai consulti psicologici e vari altri servizi umanitari come ad esempio preoccuparsi di che tipo di funerale religioso vorrebbe il migrante. In qualche caso il profilo dell’ONG ne esce un po’ sbiadito, con responsabili abilissimi nel gioco dello scarica barile. Ma comunque il gioco sembra finire lì, nel pervertimento morale della Libia. Il pezzo di Ian Urbinia mi è piaciuto perché dice qualcosa di più: attraversa il Mar Mediterraneo e approda in Italia.
Ricapitoliamo qualche momento storico
Secondo gli analisti il dittatore Gheddafi si dimostrò più volte un interlocutore inaffidabile; appoggiò posizioni panafricane per poi abbandonarle a favore di più lucrosi trattati, come ad esempio l’accordo che fece con Silvio Berlusconi nel 2008 per il contenimento dei migranti. Accordo che però già nel 2011 utilizzò per ricattare l’Europa minacciando di “farla diventare nera” se non gli fossero stati riconosciuti 6 miliardi di dollari di aiuti all’anno. Come ben sappiamo l’intelligence internazionale creò le condizioni per detronizzarlo. Oggi in Libia abbiamo due governi, uno riconosciuto dalle Nazioni Unite, il governo di Unità Nazionale, l’altro una delegazione con sede a Tobruk sostenuta dalla Russia, autoproclamatesi “Esercito Nazionale Libico”. Entrambe si appoggiano a feroci milizie.
Una delle peggiori tragedie occorse fu nel 2013, quando una nave affondò con più di 500 migranti a bordo. La prima a stracciarsi le vesti per le vittime fu Angela Merkel che disse “Noi permettiamo questo?!”, la seguì a ruota il primo ministro italiano Matteo Renzi: “Se l’Europa non è capace di voltarsi e vedere un mare pieno di cadaveri non può chiamarsi civilizzata”. Con non pochi proclami televisivamente confezionati ad arte fu lanciata l’ “operazione Mare Nostrum” e si aprì quella che per molti cittadini europei con coscienza doveva essere la nuova stagione di accoglienza ai migranti. Ma, appena il numero dei migranti iniziò a crescere, i leader europei ripresero i vecchi comportamenti ambigui. Mare Nostrum stava costando all’Italia 115 milioni di euro proprio mentre il Belpaese fronteggiava la terza recessione in sei anni. Nel 2016 Renzi, date le dimissioni, in decadenza presso i propri elettori, ritrattò la propria iniziale “generosità” dichiarando “noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia persone che stanno peggio di noi”. Gli fece eco il ministro degli interni Marco Minniti dichiarando che “non si era tenuto conto di due sentimenti molto forti, la paura e la rabbia”. Da quel momento l’Italia smette di far ricerca di naufraghi oltre le 30 miglia dalle proprie coste; inizia invece ad accusare di traffico di persone umane i capitani delle navi umanitarie.
Nel 2015 la UE creò un fondo fiduciario per l’Africa (il Trust Fund) che da allora ha speso quasi 6 miliardi di dollari. I soldi vengono dati in sostegno allo sviluppo economico; in cambio gli Stati si dovrebbero in politiche antiimmigrazione più severe. In questo scenario Minniti nel 2017 si recò a Tripoli per firmare un trattato di cooperazione. Immediatamente il fondo spostò in Libia mezzo miliardo di dollari. Il ministro della giustizia libico, Marghani, intervistato da Ian Urbinia, così dichiara: “L’obiettivo del programma era stato subito chiaro: far risultare la Libia il cattivo ragazzo, mentre i bravi politici possono raccontare alle persone per bene in Europa che loro stanno facendo di tutto per aiutare i poveri immigrati…”
Il muro invisibile
E oplà: ecco come hanno costruito il muro invisibile. 10 milioni di dollari furono spesi solo per preparare militarmente la Guardia Costiera Libica; fu accessoriata di sei motoscafi, due lance (cutters) di ultima generazione costruite in Italia, trenta Toyota Land Cruisers, autobus, radio, telefoni satellitari, gommoni, e di cinquecento uniformi. Nel 2018 il governo italiano, patrocinato dalla UE, aiutò la Guarda Costiera a ottenere il permesso dalle Nazioni Unite di pattugliare fino a 100 miglia dalla costa, dunque parecchio in acque extra-territoriali e ampiamente oltre la metà del tratto di mare che separa la Libia dall’Italia.
Un altro aiuto prezioso è costituito dalla Frontex, un’agenzia para-europea un tempo deputata a controllare le mosse russe ai confini, che, grazie al suo apparato di droni e piccoli aerei privati, si è dimostrata utilissima nella sorveglianza a tappeto del Mediterraneo, soprattutto nella segnalazione della posizione dei gommoni. La Frontex ammette di inviare foto e coordinate ai governi ma nega di collaborare direttamente con la Guardia Costiera Libica. Le intercettazioni però dicono tutt’altro: ad esempio solo nella notte in cui il gommone su cui viaggiava Candè fu catturato si registrano trentasette email intercorse tra un ufficiale della Frontex e un capitano della Guardia Costiera Libica.
Tineke Stritk, un membro del parlamento europeo, interrogato sulla questione riferisce: “Se l’Europa smettesse di finanziare la Guardia Costiera Libica e le sue appendici, non ci sarebbero più intercettazioni e finirebbe la linfa a questi mostruosi centri di detenzione”.
Lo scorso anno, 2020, l’Italia ha rinnovato il Trattato di Cooperazione con la Libia.
Ian Urbinia. Come è stata svolta questa inchiesta
Oggigiorno ai giornalisti esteri l’ingresso in Libia è offlimits. Ian riuscì ad entrare nel paese in quanto fondatore di Outlaw Ocean Project, un’associazione umanitaria e ambientalista. Come si evince chiaramente anche dal video della Rai, nei campi di detenzione vengono ammessi solo cooperatori scelti dalle autorità libiche a cui vengono condotti come campione intervistabile piccoli gruppi di migranti ben vestiti e docciati. Ian per vedere l’interno di Al Mabani fece volare un drone oltre il muro di cinta. Riuscì a trovare Soumahoro, liberato dopo l’incidente della notte del 3 aprile, da cui ha avuto il dettagliato racconto delle vicende di Candé e molto altro, tra cui la descrizione di raccapriccianti sistemi di tortura occorsi a lui, ad altri e persino a donne. Ian con tutta la sua troupe, nel loro ottavo giorno di permanenza in Libia, furono prelevati con la forza dall’ hotel in cui pernottavano. A lui furono rotte due costole e danneggiati i reni. Furono interrogati, minacciati e isolati in diverse celle. Furono accusati di essere delle spie e di lavorare per la C.I.A. Tra le varie assurdità gli chiesero: “Perchè state cercando di gettare fango sulla Libia?” A un certo punto gli fu chiesto di ripulirsi il sangue dai vestiti e di lavarsi bene la faccia perché avrebbero fatto un video prova che stavano bene. Comodamente seduti ad un tavolo con bibite e pasticcini fu loro ordinato di chiacchierare rilassati come se nulla fosse… Dopo sei giorni di detenzione, e dopo aver firmato un misterioso foglio in arabo, furono liberati e imbarcati su un volo per la Tunisia. Erano stati espulsi dal paese per aver parlato di immigrazione con dei migranti.
Conclusioni
Non credo ci sia molto da aggiungere; il racconto di Ian parla da solo, forte e chiaro, a chiunque abbia una coscienza minimamente sveglia. Solo due osservazioni. Trovo sia intollerabile continuare ad accettare una politica, e dei politici, che operano in un modo così meschino. Non stanno facendo il bene di nessuno di noi, né di noi europei trattati come dei bambini stupidi né degli africani; solo il loro mercimonio di potere trae sostegno da questo modo di operare. Secondo rilievo: così siamo visti all’estero, non come ci racconta Draghi e gli fa eco Macron, che ha panni intrisi di sangue sparsi in mezza Africa.