Lettera dall’Amazzonia. Blood Gold

L’oro sporco non è separabile dall’oro legale come il loglio lo è dal grano. Ne dobbiamo prendere atto e imporci una scelta: in particolare come donna posso essere bella ed elegante anche senza indossare oro. A raccontarci questa storia di truce avidità e disperazione è Jon Lee Anderson, un giornalista investigativo, reporter di guerra ed esperto biografo. Questa lettera ci aiuta a farci un’immagine più definita di che cosa sta realmente accadendo in Amazzonia: la devastazione sia biologica che bio-culturale è un pugno diretto al cuore, un pericolo reale di vasto impatto che non possiamo più solo affrontare chiedendo agli altri di non cambiare.

In Brasile è in corso una guerra tra popolo Indios e cercatori d’oro che potrebbe decidere le sorti del pianeta

La riserva dei Kapayo corrisponde a 26 milioni di acri di territorio amazzonico (oltre 105 mila chilometri quadrati, un terzo dell’Italia), all’interno dei quali vivono circa 9000 persone sparpagliate in diversi gruppi ognuno con un proprio capo. Nella riserva operano parecchi cercatori d’oro illegali perché fu un uomo Kayapo ad introdurli. Da quando i Kayapo a metà del secolo scorso sono entrati in contatto con il mondo occidentale i bianchi hanno cercato di accaparrarsi le loro fortune, all’inizio erano pelli di animali, poi il pregiato mogano, ora è l’oro. Negli anni ’80 alcuni capi locali fecero facili guadagni concedendo il logging (taglio e traporto di legname) e l’escavazione della terra per la ricerca dell’oro. Dopo solo un decennio il prezzo del legname e dell’oro era diminuito al punto da permettere al governo attraverso un’istanza di protezione dell’ambiente di procedere con una causa contro le escavazioni. Dopo questo fatto la ricerca dell’oro nelle riserve fu vietata. Di lì a poco il prezzo dell’oro triplicò arrivando a 400 dollari per un oncia. E iniziò anche un nuovo flusso di cercatori d’oro.

Era il 2014 quando Belém (uno dei protagonisti di questa storia), mentre era nella foresta, incontrò un gruppo di bianchi garimperiros (cercatori d’oro); gli dissero che volevono costruire una strada che collegasse la loro miniera, quaranta miglia dentro la foresta, con Turedjam, l’insediamento di cui egli faceva parte; che riferisse questo al capo villaggio. Turedjam sorge sul Rio Bianco al confine nord-est della riserva, un punto ricchissimo di oro. A Turedjam si era da poco costruito un ponte sul fiume capace di sostenere veicoli pesanti. Il proposito dei minatori era di far passare, nascosti dalla vegetazione, i macchinari necessari allo scavo così da evitare i periodici raid aerei della polizia federale. Mro’o, il capo villaggio, rifiutò drasticamente ogni contatto e forma di collaborazione con i minatori. Un anno dopo Mro’o morì, apparentemente di diabete. Il fratello, un forte bevitore, immediatamente fece un contratto con i cercatori d’oro che portò al taglio di una striscia di foresta abbastanza grande da permettere alle macchine di passare e poter così scavare centinaia di tonnellate di roccia e terra ogni giorno; in cambio veniva riconosciuto il 10% dell’oro trovato al villaggio. Centinaia, forse migliaia, di minatori accorsero nell’area. Rispetto al logging, l’escavazione per l’oro è ancora più invasiva perché travolge tutto; inoltre viene utilizzato il mercurio per separare l’oro che viene poi rilasciato nell’acqua del fiume. La febbre dell’oro ha portato con sé prostituzione, alcool, droga e violenza, come scrive Barbara Zimmermann, una ecologista canadese che ha lavorato per trenta anni con il popolo Kayapo e dice: “ammettere i cercatori nella riserva è come lasciare i vostri figli sotto la protezione di una banda di spacciatori di droga”. Secondo gli ambientalisti, negli anni appena trascorsi sono stati distrutte e degradate parecchie centinaia di acri della riserva. Le riserve fungevano da cassaforte per contrastare la devastazione, isole verdi fra immensi campi di soia e ranch. Ma vivere accanto ai bianchi ha mostrato quanto gli indigeni siano vulnerabili e la salvezza della foresta e di un popolo oggi si gioca sulla capacità di poche migliaia di capi villaggio capaci di resistere al fascino lascivo della cultura consumista.

Nella riserva ci sono 82 insediamenti Kayapo. Tradizionalmente gli abitanti dei fiumi utilizzano piccole barche, i cercatori trasportano l’oro con chiatte e barconi, all’interno della foresta si va a piedi mentre legname e oro viaggiano su camion e per questo servono strade. Sono state create piste d’atterraggio per piccoli aeroplani. L’autore dell’articolo, Jon Lee Andreson, in una visita di due settimane racconta di aver preso diversi piccoli aerei dai quali ha osservato dense colonne di fumo ergersi sopra le cime degli alberi; i fuochi ardono per ore senza alcun intervento perché chi li appicca li considera una parte necessaria del progresso e per la gente del posto sono diventati parte del paesaggio.

Tomas Lovejoy, un biologo americano, racconta che l’incendio dell’Amazzonia assieme al cambio climatico sta distruggendo la capacità della foresta di generare pioggia per se stessa. Assistiamo a fenomeni di siccità ricorrente ogni 4/5 anni. L’Amazzonia produce il venti per cento della pioggia mondiale. Se il sistema è spinto troppo oltre, al punto di rompere questo equilibrio, la foresta inizierà a trasformarsi in savana, quindi un immagazzinatore di carbonio pari all’estensione degli Stati Uniti si trasformerà nel suo opposto, un produttore di anidride carbonica. Siamo davvero molto vicini al punto di ribaltamento, ci dice Lovejoy. La conquista dell’Amazzonia iniziò in grande stile negli anni ’70 quando il governo militare scavò dentro di essa un’autostrada e diede vita ad una pressante campagna promozionale per il suo utilizzo, così attorno all’autostrada sorsero prima insediamenti, poi villaggi e città e altre strade e altre città ancora. Sfortunatamente questa terra confina con la riserva indigena che costituisce il tredici per cento del territorio nazionale, oltre un milione di chilometri quadrati dove abitano approssimativamente 900.000 indigeni, la parte rimasta di sopravvissuti di cui si stima fossero 11 milioni prima dell’arrivo dei portoghesi nel 1500. Per decenni il FUNAI, l’agenzia di relazioni con gli indigeni, era riuscita a proteggere loro e le loro terre, ma negli anni il governo è diventato sempre più indulgente verso interessi diversi tanto che il FUNAI e gli attivisti avevano dato dura battaglia. Solo tra il 2003 e il 2010, durante il governo di Lula, si è registrata una riduzione della deforestazione. Con l’ascesa di Bolsonaro la deforestazione non solo è ripresa a ritmo imponente ma è diventata un vero e proprio obiettivo politico in nome del progresso e della civilizzazione del popolo indigeno.

Il progresso e la retorica di Bolsonaro
Bolsonaro, un ex militare che i seguaci chiamano “leggenda”, è uno sfacciato razzista, omofobo e misogino. Negazionista dei cambiamenti climatici, giunse al potere proprio grazie a una urlata quanto ridicola campagna contro gli ambientalisti, addirittura definiti i nuovi comunisti: “i verdi sono i nuovi rossi”. Il suo messaggio è riassunto nelle tre B: Bibbia, bullet (armi) e beef (carne), soddisfacendo così gli interessi dei conservatori evangelici, dei grandi allevatori e dell’industria delle armi. Da anni sostiene che la protezione degli indigeni è un freno allo sviluppo del paese, che essi non parlano la lingua nazionale, non usano moneta, non hanno cultura, quindi è cosa assurda che possano gestire il tredici per cento del territorio della nazione. Già al suo primo giorno di Presidente ridusse il FUNAI a una sottosessione di un nuovo ministero per la famiglia e i diritti umani presieduto da un pastore evangelico ultraconservatore. Al FUNAI è stato tolto il diritto di creare nuove riserve mentre all’IBAMA, l’agenzia di tutela dell’ambiente è stato tagliato un terzo del budget annuale.

L’agosto 2019 è stato l’anno più nero per l’Amazzonia, persino il cielo di San Paolo si è riempito di nero fumo e cenere, al punto che il presidente Macron, sul principiare dei lavori del G7, twittò “la nostra casa sta bruciando, letteralmente”. Bolsonaro reagì indignato accusando Macron di mentalità colonialista, inaccettabile nel ventunesimo secolo. Solo dopo che Germania e Norvegia annunciarono la revoca di finanziamenti a vari progetti di conservazione in Brasile, Bolsonaro diede l’ordine di combattere il fuoco e dichiarò il suo “amore” per l’Amazzonia. Sempre per la querelle con Macron, Bolsonaro rifiutò venti milioni di dollari d’aiuto e canzonò la moglie del presidente francese. Bolsonaro ha più volte dichiarato pubblicamente che l’interesse per l’Amazzonia non è certo per gli indios nè per gli alberi ma per le miniere. I cercatori d’oro, nella retorica di sviluppo, sono diventati il simbolo dello spirito pioneristico del Paese, alla stessa stregua dei minatori di carbone del West Virginia per Trump. Più volte Bolsonaro ha, con enfasi nostalgica, ricordato le avventure del padre, un dentista itinerante, che negli anni ’80 andò a lavorare tra i cercatori d’oro della Serra Pelada e ogni volta che ne aveva occasione fermava l’auto al fiume, tirava fuori un setaccio e tentava la sua fortuna. Con questi argomenti è stato subito chiaro a cercatori e loggers di tutto il paese che avrebbero avuto un amico ai piani alti del governo. Lo scorso anno i militari abbandonarono ben due cruciali avamposti sul fiume all’interno della riserva Yanomani, la cui funzione era proprio tenere fuori i minatori. Ma lo scavo illegale dell’oro è stimato essere un business da oltre un miliardo di dollari e per Bolsonaro questo è un’inconcepibile perdita di soldi. Nell’agosto 2019 annunciò che stava lavorando ad un progetto di legge per legalizzare l’escavazione in terra indigena, che il disegno avrebbe previsto l’inclusione degli indigeni nella spartizione della ricchezza visto che per molti di essi è ciò che vogliono.

Turedjam, un villaggio che ha scelto la via del compromesso
Turedjam appare come un ordinato sonnacchioso villaggetto appoggiato a una polverosa radura, che difficilmente farebbe sospettare di sé di svolgere un ruolo cruciale nel boom dell’oro brasiliano. I bambini giocano a pallone mentre le donne siedono a cucinare o cucire artistici bracciali e collane. Vestono abiti corti, senza maniche, di chiara fattura industriale, dai colori sgargianti e con motivi ripetuti in stile cartoon, come scoiattoli, aquile, leoni o addirittura disegni natalizi con tanto di fiocchi di neve e pacchetti. Alcune indossano pantaloni leopardati. Si dipingono le guance e si tosano i capelli in una distintiva V. Tradizionalmente gli uomini mantengono i capelli lunghi e si dipingono il corpo con intricati disegni.

L’autore racconta di essere stato introdotto nella comunità da Felipe Milanez, un professore di lettere e filosofia dell’università di Bahia. Negli anni 80 i Kapayo erano conosciuti come degli impegnati attivisti, tanto che un loro capo, Raoni, salì sul palco di Sting per far conoscere al mondo la loro causa. Oggi è molto difficile parlare con loro di queste cose. Il giornalista domanda degli effetti delle miniere nel territorio e l’ospite, Belèm, si dimostra evasivo: insegna in una scuola della capitale Pará e quindi fa il pendolare e non ha notato molto, non ci ha fatto caso… alla domanda se la vita a Turedjam è migliorata con l’arrivo dei minatori, esita per poi rispondere: “c’erano meno malattie, oggi c’e la leishmaniosi (simile alla lebbra) e anche la malaria e ci sono troppi kuben (i bianchi) ma abbiamo l’elettricità e questo è buono”. L’apertura della riserva causò una lunga diatriba nella famiglia di Bèlem; nato nel 1973, fu uno dei nipoti di Tutu Pombo, un astuto effervescente capo villaggio che divenne ricco negli anni ’80 facendo accordi con i bianchi per l’estrazione dell’oro e il taglio degli alberi pregiati. Al culmine dei suoi affari contava una mandria di cinquecento capi, un aeroplano, case a Tucuma e Belém, diverse mogli anche bianche. La sua opera costruì uno spartiacque tra gli indigeni che vivevano ad est della riserva, dove Tutu Pombo risiedeva, e quelli ad ovest. I primi accolsero i minatori e i logger, i secondi resistettero. Belém, rimasto orfano di padre, potè studiare grazie al sostegno economico dello zio, ma al termine degli studi gli fu affidato il compito di controllare le borse dei minatori perché non vi portassero armi o droga, non rubassero l’oro e pagassero regolarmente la percentuale pattuita a Tuto Pombo. Belém detestava quel lavoro, allora lo zio lo spostò al campo logging e gli diede una moglie. Resistette in quel ruolo fino alla morte dello zio, a seguito della quale scoppiarono dispute nella comunità tra chi voleva chiedere più percentuale e chi voleva un ritorno al passato pre-bianchi. La svolta fu con Mro’ô che, dopo aver pugnalato un rivale durante una sfida, decise di andarsene dalla comunità per fondare un nuovo insediamento: Turedjam per l’appunto. Scelse il crinale a nord ovest della riserva, di traverso sul confine di una città di minatori chiamata Ourilândia, proprio con la speranza di guadagnare qualche vantaggio al suo popolo. Uomo intelligente e carismatico, riuscì ad ottenere l’elettricità per il villaggio, la costruzione di un ponte sul fiume, un ospedale e una scuola primaria senza mai cedere sullo stile di vita tradizionale dei Kapayo e riuscendo a tenere lontani dalla riserva cercatori e tagliatori. Dopo la sua morte tutto è cambiato, ci dice Belém. Belém appare imbarazzato a raccontare il dopo; è considerato cosa sconveniente criticare gli anziani, e i nuovi anziani hanno deciso di aprire la riserva alla febbre dell’oro. Cerca di evitare la visita alla miniera illegale e propone invece la visita alla fattoria della comunità; qui mostra coltivazioni di yucca e banane mentre un rumoroso escavatore è all’opera nei paraggi ma Belém lo ignora, come se non ci fosse. Quando però si arriva al fiume è impossibile ignorare gli effetti degli scavi, l’acqua è gialla. Gli abitanti dei villaggi erano soliti trascorre molte ore al fiume impegnati in varie attività lavorative o ludiche; oggi nessuno si avvicina più al fiume. Al di là del fiume, la terra è stata scavata e ammassata ai bordi di crateri che sono stati riempiti con acqua stagnante dello stesso colore dell’acqua del Rio Bianco. Belém con tono distaccato ci conferma che il colore dell’acqua è cambiato da quando sono iniziate le escavazioni e che nessuno va più al fiume perché se ci vanno avranno brutte irritazioni cutanee.

Solo alla terza visita a Jon Lee viene concessa la visione della miniera e viene così presentato a Chicão, il capo di una piccola squadra costituita da tre operai che da soli, in sei mesi, erano riusciti a tirare via un pezzo di foresta pluviale grande come cinque campi di calcio. Il buco lasciato è un miasma di fangosi sentieri in mezzo a crateri pieni d’acqua putrida e alberi a terra. Dentro un buco un operaio sta pompando fuori il fango per spingerlo verso un canaletto artificiale dove viene colpito da un getto d’acqua allo scopo di lavarlo. L’operaio si chiama Jorge Silva; dopo essersi presentato racconta che ha studiato fisica, ma non è mai riuscito a trovare un lavoro pagato. Prima di arrivare alla miniera illegale ha provato ad impiegarsi come istruttore di ginnastica ed elettricista, aggiunge: “noi tutti sappiamo che stiamo distruggendo la natura, non ci piace e non vorremmo farlo, è che non abbiamo trovato altro modo di sopravvivere”.

Qualche giorno dopo Jon Lee racconta cosa vede dall’aeroplano: il buco della squadra di Chicão è come una gomma da masticare caduta a San Siro, dietro di essa si apre alla vista un’area denudata centinaia di volte più grande. Migliaia di miniere illegali che come formiche hanno scavato ovunque la foresta; si vedono solo fango, strade fangose, macchine escavatrici, buchi e persino due piste d’atterraggio probabilmente utilizzate dai grossi mercanti d’oro. Il Rio Bianco oltre Turedjam è talmente devastato che non assomiglia nemmeno più a un fiume.

Ourilândia e l’incontro con Wesson Cleber Guimaraes e João Guerra
A mezz’ora da Turedjam si trova Ourilândia, la terra dell’oro, l’ultimo avamposto della “civiltà”. Trent’anni fa al suo posto c’era una maestosa foresta vergine. La prima cosa che fu costruita fu una pista d’atterraggio, attorno ad essa si sviluppò l’insediamento bianco, la foresta fu diradata e gli indios cacciati indietro nei confini della riserva. Ma la vicinanza della città è stata per loro il disastro… Ourilândia appare come una (post) moderna città di latta con pacchiane statue dedicate ai minatori o a belve della foresta. Ovunque sono parcheggiati grossi pick-up trailer, ovunque si vende attrezzatura da minatori: pompe, generatori, ruspe, ecc. L’oro illegale è la linfa vitale della città, racconta l’avvocato Wesson Cleber Guimaraes. Si stima che le miniere producano circa quindici milioni di dollari di introito al mese. Nella città operano anche i trafficanti di cocaina che utilizzano piste d’atterraggio clandestine per far partire la droga. Una città come Ourilândia, senza legge, è perfetta per riciclare denaro sporco. Un costruttore edile, ora in prigione, è arrivato a possedere settantaquattro aereoplani. Ogni crimine è vistoso e alla luce del sole ma “qui vige la legge del silenzio”. Wesson Cleber Guimaraes sposa appieno le posizioni di Bolsonaro e si presenta come un “benefattore” degli indios. Racconta di far parte di un gruppo impegnato per la loro emancipazione; mostra un documento firmato da molti anziani che propone la legalizzazione degli scavi e del logging nelle riserve perchè, spiega, qua siamo seduti su una fortuna inestimabile. Però prova a stimarla: estrae una calcolatrice e fa due conti: venticinque metri cubi di legname pregiato a ettaro fanno venticinque milioni cubi di legno che corrisponde su per giù a sei miliardi di dollari (dei piani d’intesa sull’oro non parla). Ma, precisa l’avvocato, è una cifra molto sottostimata: il guadagno potrebbere arrivare a tre volte tanto. Continua: nell’area vivono 9.000 Kapayo che la cooperativa, di cui egli fa parte, provvederebbe a far ricchi; con queste leggi vivono da poveri, sono come persone allo zoo e voi andate a fargli le fotografie. Il principale promotore della Kapayo Coöperative si chiama João Guerra che è anche il presidente della locale associazione di cercatori (illegali) e l’avvocato di un gruppo di minatori. Jon Lee si stupisce di come possa essere ciò, visto che tutto è illegale, ma l’avvocato se ne ride bellamente.

Poche centinaia di metri più in là inizia la riserva dei Kapayo. Racconta che all’inizio del secolo scorso, quando furono fatti i confini, furono fatti male e che ai bianchi furono espropriate delle terre (onestamente non si capisce che cosa ci facessero nella foresta vergine ma così sostiene Guerra) e che ora se questi confini venissero rivisti sicuramente i conflitti si ridurrebbero dell’ottanta per cento. Insomma un modo per rosicare il territorio dei nativi, probabilmente dove è più ricco d’oro.

Il giorno dopo Jon Lee viene portato in visita a una miniera illegale di ben diverse dimensioni rispetto a quella di Turedjam. Ci sono capanni per gli operai, dove lavarsi e cambiarsi e c’è la mensa. Tutto il paesaggio è dominato da giganteschi ammassi di detriti e di buchi. Gli escavatori sono costantemente all’opera e lavorano molto più velocemente di quelli di Chicão. Anche le operazioni di estrazione dell’oro sono molto più invasive e l’uso del mercurio più massiccio. Il quantitativo d’oro grezzo della giornata fù 140g, 6500 dollari. È praticamente impossibile tracciare l’oro illegale a causa del numero di intermediatori che concorrono nell’affare, così alla fine viene sempre fuso tutto insieme l’oro proveniente da varie miniere. Il processo viene definito “riciclaggio dell’oro”. Si tratta ancora di oro grezzo che viene venduto all’estero, circa novantacinque tonnellate l’anno. La Svizzera è il paese che raffina più oro mondiale, circa il settanta per cento. I tradizionali grandi acquirenti sono gli States e l’Inghilterra (per la nostra stabilità monetaria!) ma negli ultimi decenni sono stati affiancati da Russia, Turchia, Ungheria, Polonia. E addirittura un terzo di tutto l’oro prodotto è venduto in Cina e India dove il boom della classe media ha fatto impennare la richiesta di gioielleria per matrimoni e moda. Mentre le compagnie High Tech da sole consumano trecentotrentacinque tonnellate di oro all’anno per gli smartphone. Ma tutte queste considerazioni alla gente del posto sembrano insensate.

Ecco João Vieria da Silva, un esile minatore sessantaduenne, cresciuto in uno degli stati più poveri del Brasile, rimasto presto orfano, che ha impegnato tutte le sue forze per scappare alla miseria. Dopo un breve periodo da operaio metallurgico, lavoro che lasciò perché noioso, decise di tentare la sua fortuna con l’Amazzonia. Fu dunque applicato nel desmatamento, i roghi della foresta per creare pascoli, e dal 1983 fu catturato dalla febbre dell’oro. “È più facile per un uomo diventare cercatore che per un cercatore diventare uomo”, cioè una volta che il virus è entrato nel sangue è difficile guarirne.

Ourilândia, così vicina alla riserva, ha portato droga, alcool e violenza nell’area. A Ourilândia vige la legge del Far West, pertanto gli omicidi sono cosa comune. Come ci racconta, orgogliosa, la moglie di un ingeniere, è eccitante vivere ad Ourilândia perché i bambini possono giocare per la strada perché qui, se qualcuno dà fastidio, lo si fa fuori. “She made a shooting gesture with her hands. Her daughter giggled”.

Lo scorso anno il gruppo ambientalista R.A.I.S.G. ha pubblicato una mappa che individua circa 2300 miniere abusive dentro l’Amazzonia, sparpagliate su sei stati. Il rapporto definisce il fenomeno una vera e propria epidemia, nulla di paragonabile in nessun altro periodo storico. Secondo Guerra ci sono almeno 200.000 cercatori che operano a Parà. Prima dell’avvento di Bolsonaro, grazie ad alcuni interventi dell’IBAMA, si era riusciti a rallentare il fenomeno con pesanti bombardamenti fatti su camion e attrezzi. La perdita di una escavatrice può portare al fallimento della compagnia, anche Guerra aveva perso un’escavatrice del valore di 6.000 dollari.

Kendjam, un ultimo residuo di utopia
Adagiata sulle sponde erbose dell’Irirí conta una dozzina di case tradizionali, una pista d’atterraggio in erba, una piccola clinica e una postazione radio. Pukatire, il capo villaggio, non sa bene quando è nato, potrebbe forse avere settantadue anni. È cresciuto da bravo, direbbero i portoghesi, come un selvaggio. Ricorda che, quando i bianchi arrivarono, i Kapayo si ammalarono e in molti morirono. Non si fida dell’uomo bianco: da bambino, mentre era nella foresta con lo zio e il cugino, ne uscì uno alle spalle e uccise lo zio. Pukatire è preoccupato delle esternazioni di Bolsonaro perché, dice, se aprissero le riserve ai cercatori d’oro noi saremmo tutti fregati. A questo gioco vincono solo i bianchi. Spiega che già così è molto faticoso mantenere attivo il sistema di vita tradizionale tra i giovani; se questi iniziassero a frequentare i bianchi, a vestirsi come loro, a tagliarsi i capelli, a bere, a frequentare donne bianche, gli indios perderebbero tutto. Pukatire è andato ad incontrare altri capi villaggio ad est della riserva per affrontare il problema ma ha ottenuto molto poco; sono tutti contagiati dalla febbre dell’oro.

L’Irirì è un autentico paradiso, ogni pomeriggio i bambini vi possono giocare allegri spruzzandosi acqua, vi si ammirano tartarughe e tapiri. Tra gli alberi svolazzano pappagalli dai vividi colori. Qui i Kayapo coltivano alberi di cumaru e noce brasiliana, prodotti che vendono attraverso una loro cooperativa anche a livello internazionale, in particolare un loro patner è LUSH, che fa sapone pregiato dal loro cumaru.

Putakire è un esperto cacciatore e ha investito tutta la propria vita nel trasmettere una conoscenza antica alle nuove generazioni ma, quando Jon Lee gli domanda se i giovani lo seguono, il vecchio, quasi piangendo, guarda la coppa delle proprie mani e risponde: “solo cellulari”.

Conclusioni
Secondo gli attivisti che seguono il popolo dei Kapayo da molti anni, essi realmente non sanno che cosa sia il progresso, non è loro chiaro che cosa porterà e dove li porterà; semplicemente vogliono oggetti, come le barche, i fucili, gli smartphone. Ciascuno di loro, se interrogato, risponde che vuole proteggere la propria terra, e non vogliono tra di loro né cercatori né taglialegna ma gli servono i soldi. Questo problema è ben riconosciuto dalle varie O.N.G. che provano a spingere verso un progresso bio-sostenibile che salvi l’ambiente e bio-culturale che salvi la loro cultura; ma, dice Adriano Jerozolimski, il direttore di Floresta Protegida, per costruire un’economia solida e sostenibile incentrata sul commercio di noci brasiliane e cumaru occorre tempo ed è difficile competere con i soldi facili che arrivano dall’oro.

Torna in alto