Mentre la società civile é tutta impegnata ad appiattire la curva dei contagi, ci sono migliaia, forse milioni, di bambini che passano le loro giornate chiusi in stanze buie, andando da soli alla deriva. Chi sono gli studenti che per mille ragioni diverse non riescono ad accedere alla didattica online e dunque stanno rinunciando loro malgrado all’educazione? Studi del passato applicati a cataclismi, come il passaggio di Katrina, o al crescere in aree di guerra, ci dicono che quando un bambino perde il ritmo allo studio per lui si alza il rischio dell’abbandono scolastico. In media solo un terzo dei bambini ostacolati nella frequenza terminerà l’iter di studio. L’abbandono scolastico è la prima causa di frustrazione e vita marginale e concorre in maniera significativa al vandalismo e alla criminalità giovanile. La pandemia sta causando buchi, se non voragini, nella società, di cui tutti ne pagheremo il caro prezzo.
E, se pensiamo che sia tutto da imputare al virus, ci sbagliamo. Giocano le loro parti la boria politica, l’astuzia mediatica, la paura e la perdita di razionalità. Ignorare questa realtà è da vigliacchi, prenderne coscienza è un pugno nello stomaco.
La volontà di proteggere i bambini potrebbe toglier loro per sempre l’opportunità di una vita migliore e lasciarli al palo.
I bambini invisibili
Shemar vive nel distretto di Baltimora, nel Maryland, ha dodici anni, è un bambino buono e socievole; è portato per la matematica. La sua insegnante vorrebbe far sapere a tutti che Shemar è un bravo studente, almeno lo è in potenza… Shemar, quando riesce ad arrivare a scuola, casca dal sonno perché la madre, che soffre di vari problemi, lo tiene vicino a sé sul divano a guardare la tv di notte; a pranzo, da poco sveglio, il bambino si arrangia come può con della Nutella. L’unica figura stabile e positiva della famiglia è la nonna settantenne, quasi cieca e poco alfabetizzata: racconta che nel South Carolina dove è nata e cresciuta c’erano le scuole differenziate per bianchi e neri ma nella famiglie di mezzadri (come la sua) le bambine venivano semplicemente tenute a casa ad aiutare nei lavori domestici. Come sarebbe stata la sua vita se avesse potuto studiare? L’anziana signora se lo chiede ancora oggi. Spera per il nipote un futuro migliore ma l’ingresso nella società non sembra essere facile per Shemar e la pandemia da covid19 potrebbe avergli sbarrato l’unico sentiero aperto a un’educazione superiore. Negli Stati Uniti (come in Europa) ci sono migliaia di Shemar, anzi ce ne sono milioni: “There’s thousands of him. There’s millions of him.”
Questo dramma si consuma da tempo, è la vergogna di una società che si autodefinisce avanzata e civile, ma la vera catastrofe doveva ancora arrivare: prima della pandemia li vedevamo entrare in classe ciondolanti e assonnati, li incontravamo sui vialetti e nelle aree gioco, nei loro grembiulini blu o marroni; con la didattica a distanza gli Shemar di tutto il mondo sono diventati invisibili.
La Didattica a Distanza (DaD) iniziò all’improvviso il 6 aprile, trovando la scuola e le famiglie impreparate, figuriamoci le più fragili. Shemar non possedeva un computer, allora intervenne il pastore locale regalandogliene uno. Poi la madre, che come suo solito aveva cambiato da poco appartamento (uno dei vari tentativi di ripartire con il piede giusto), soccombette alla burocrazia e non riuscì ad attivare il free wi-fi riservato alle famiglie con bambini in età scolare. Allora Shemar si industriò con il wi-fi del telefonino, ma la madre perse il proprio cellulare e iniziò ad appoggiarsi a quello del figlio; Shemar si ritrovò di nuovo a rincorrere i link di accesso alle classi. L’assistente sociale racconta che periodicamente riceveva messaggi di aiuto da Shemar: “mi rimandi il link?”, “qual era il programma della settimana?”; ma erano messaggi sempre in ritardo, sfasati. Insomma il bambino fu appena intravisto.
I bambini come Shemar, mentre la società civile é tutta impegnata ad appiattire la curva dei contagi, passano le loro giornate chiusi in stanze buie andando da soli alla deriva. La maggior parte di questi bambini rappresentano una sfida per la comunità, perchè il loro recupero significherebbe immettere forza creativa e morale nella futura società, quindi un beneficio condivisibile da tutti.
Il fenomeno dei bambini che nei mesi scorsi non si sono mai presentati nelle classi virtuali è molto diffuso, tanto che alcuni supervisori hanno allertato il tribunale dei minori, ma solo qualche Stato, come il Massachussets, ha preso la cosa seriamente. Insegnanti, educatori e psicologi indicano nell’intensa interazione umana, fatta di sguardi e di presenza fisica, la migliore medicina per chi è stato trascurato, dimenticato, abbandonato. Dunque con queste premesse come può la DaD minimamente sopperire nella ri-costruzione di una struttura psichica stabile? Quali serenità o senso di appartenenza potrebbe mai offrire una lezione online a un bambino disagiato? Ma soprattutto perche non si registra nessun allarme pubblico sui danni che la DaD potrebbe provocare a livello socio-culturale?
Eppure si partì con la marcia giusta … Cenni storici.
L’Istruzione Pubblica degli States, beneficiando delle visioni progressiste del secolo dei lumi, fa la propria comparsa presto: nel 1797 Samuel Harrison scriveva entusiasta che finalmente il Paese si era liberato delle ottuse convinzioni della nobiltà inglese, che vedeva nell’istruzione del popolo un pericolo. Nei dibattiti gli intellettuali dell’epoca, come Harrison, auspicavano una scuola aperta a tutti proprio perché avevano capito che l’istruzione è un potente strumento per ridurre la povertà e favorire l’integrazione etnica. Seguirono anni di grande fermento – una miriade di istituti spuntarono come funghi – e di importanti riforme, come la tassa destinata alla fondazione di una scuola pubblica. A metà del secolo diciannovesimo, con l’eccezione degli Stati del Sud che continuarono a lungo a negare i diritti alla popolazione nera, l’istruzione pubblica poteva essere acclamata come il fiore all’occhiello della Federazione: più del 95% della popolazione del New England leggeva e scriveva e ben tre quarti dei bambini erano iscritti a scuola. A tal riguardo è interessante il commento di un governatore storico dello Stato di New York, William Seward: “se l’istituzione è valida e appartiene a una categoria superiore lo si capisce dal fatto che è riuscita ad innalzare i servizi per l’intera comunità, non se li ha livellati verso il basso…”
Esistono studi che dimostrano che la perdita di anni scolastici ha effetti irreparabili sulla vita futura dei soggetti coinvolti. Ad esempio la devastazione della seconda guerra mondiale lasciò indietro nello stesso modo sia i bambini tedeschi che quelli inglesi. Una ricerca svolta sui danni sociali provocati dall’uragano Katrina, che distrusse New Orleans, ha rilevato i medesimi effetti: una importante percentuale di bambini che avevano perso il ritmo scolastico non riuscirono più a tornare in pari e questo fatto causò nel corso degli anni un forte abbandono scolastico. Dopo cinque anni dal passaggio dell’uragano, dei bambini a cui era stato sospeso l’insegnamento solo un terzo aveva continuato gli studi. Uno dei casi più riprovevoli della storia della scuola americana si verificò nella contea di Prince Edward, in Virginia. Quando nel 1954 la Corte Suprema Federale sancì la fine delle scuole differenziate, alcuni Stati del Sud protestarono e cercarono di sottrarsi al dovere di integrare le scuole, ma solo in una contea, la Prince Edward, si riuscì per ben cinque anni a bloccare ogni forma di istruzione ai ragazzi neri. Ciò che fece la contea fu di togliere ogni fondo pubblico a ventuno istituti di sua competenza. La comunità bianca corse rapidamente ai ripari improvvisando scuole private; la comunità nera rimase al palo. Si stima che 1300 bambini non ricevettero nessuna forma di istruzione e che l’analfabetismo passò dal 3% al 22%.
Torniamo al tempo della pandemia: pragmatismo, ricerca e buona volontà.
Alla Johns Hopkins University, una tra le principali università di medicina del paese, si raccolgono i dati relativi al virus e all’andamento dell’epidemia. Jennifer Nuzzo, un’epidemiologa di fama che lavora presso l’Istituto, fu tra i consulenti che optarono per la chiusura in blocco delle scuole. Dopo pochi mesi di osservazioni e analisi dei dati, il 1 luglio J. Nuzzo, con la collaborazione di un pediatra, Joshua Sharfstein, pubblicò un’intervista sul New York Times in cui si dichiarava favorevole ad una riapertura prossima delle scuole. I motivi di tale risoluzione erano razionali: i bambini negli States costituiscono circa un quarto dell’intera popolazione eppure solo il 2% è rimasto infettato dal covid19, di questi lo 0.1 su 100.000 ha necessitato di ricovero ospedaliero, su un medesimo campione la percentuale di adulti tra i 50 e i 64 anni ospedalizzati è del 7.4. Nel loro intervento Nuzzo e Sharfstein citarono studi in cui si sostiene la scarsa, se non inesistente, contagiosità dei bambini, a fronte di un prezzo da pagare che potrebbe essere elevato per moltissimi futuri adulti, soprattutto se appartenenti alle comunità più deboli: l’afroamericana e la latina. Solo nel distretto di Baltimora si calcolano circa 79.000 studenti neri che rischiano di perdere il treno della scuola. Sarebbe in primis un danno grave nella loro vita e, per l’effetto domino, sulla società: l’abbandono scolastico è la prima causa di violenza, vandalismo e criminalità. Tra gli studi riportati nell’intervista compare inoltre una ricerca epidemiologica di confronto tra i professori svedesi in classe e quelli finlandesi mandati a casa. Lo studio non rileva differenze di contagio tra i due paesi e conclude che la categoria dei professori ha il medesimo rischio degli altri professionisti in Svezia come in Finlandia (https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-sweden-schools/swedens-health-agency-says-open-schools-did-not-spur-pandemic-spread-among-children-idUSKCN24G2IS).
C’é poi il prestigioso intervento di Meira Levinson, di Harvard, pubblicato sul New England Journal of Medicine, in cui l’autrice sottolinea quando sia importante la socialità per i ragazzi: “l’educazione è imparare a fidarsi dell’altro e concedersi di essere vulnerabile all’altro… È proprio nella vulnerabilità che l’essere umano si riconosce come tale, come soggetto che abbisogna di relazioni sociali basate sulla fiducia reciproca”. E la meraviglia di tutto questo è che l’apprendimento della relazione sociale è un processo che si fa da sé, accade senza che i soggetti ne siano consapevoli: i ragazzi studiano fianco a fianco e naturalmente imparano a stare assieme, a conoscersi, a sopportarsi … un po’ come i gattini che giocando tra loro imparano a dosare le unghie, mentre un gatto cresciuto da solo farà più fatica a gestire i propri artigli da adulto. Interessante anche il contributo pratico di Joseph Allen che con una buona dose di pragmatismo americano propone di migliorare sensibilmente la circolazione dell’aria cambiando i filtri degli impianti di climatizzazione e congiuntamente far uso di ventilatori a pale, quando possibile lavorare con le finestre aperte, altrimenti installare nelle classi purificatori d’aria portatili. Nello studio di Allen non solo non compaiono i banchi a rotelle ma nemmeno si considera il distanziamento degli alunni o il contingentamento delle classi. J. Allen, come gli altri ricercatori presentati, non è proprio l’ultimo arrivato ma bensì il direttore del Programma sugli edifici salutari del Dipartimento di salute pubblica di Harvard.
Sulla base di questi dati il distretto di Baltimora e altri si misero di buona lena al lavoro, per migliorare gli edifici scolastici e offrire alle famiglie la scelta tra la DaD e una scuola in presenza, l’obiettivo era riaprire in autunno. Ma… ecco che la politica, con i suoi interessi sempre poco filantropici, ci mise lo zampino.
Dove abbiamo dimenticato la ragione?
Il 7 luglio del 2020 il presidente Trump, appoggiato dalla ministra dell’Istruzione Betsy DeVos, tenne una serie di conferenze stampa in cui, con i soliti modi boriosi, dichiarò che il governo federale avrebbe messo grande pressione sui governatori perché riaprissero le scuole. Le parole di Trump sollevarono immediate proteste da ogni angolo del Paese e fecero far marcia indietro a molti insegnanti che si erano espressi positivamente sulla riapertura. Insomma fu un vero boomerang per la scuola e i ragazzi. Improvvisamente la buona volontà di provarci si trasformò in pedanteria: si volevano le PPE e l’amministrazione Trump non dava risposte certe, i banchi non andavano più bene, le classi erano numerose, si dibatteva preoccupati del possibile contagio nelle comunità fragili e soprattutto, veicolate dai media, salirono in auge nuove ricerche. Un articolo del New York Times del periodo titolava: “i ragazzi più grandi diffondono il virus come gli adulti, uno studio coreano suggerisce che riaprire le scuole potrebbe causare focolai di epidemia”. In verità, a parte il titolo, la ricerca confermava che i bambini sotto i 10 anni trasmettono molto poco il virus, ma l’articolo voleva porre l’accento sul non rischio zero (e come vedremo ci riuscì in pieno). Rimaneva il problema dei bambini al di sopra dei 10 anni, che la ricerca coreana assimilava agli adulti: furono molti gli scienziati che opposero critiche e altre evidenze ma ormai la frittata era fatta. Ci racconta Zeynep Tufekci, un sociologo influencer molto seguito, che numerosi genitori a seguito di quell’articolo cambiarono completamente idea, si erano spaventati.
Il distretto di Baltimora all’inizio tenne duro cercando di rassicurare i genitori: durante una conferenza stampa in modalità streaming la signora Santelises, responsabile della politiche scolastiche per l’area, disse entusiasta che i progetti pilota di didattica in presenza stavano procedendo bene e non registravano nessun caso di covid19. Fu immediatamente subissata di post che urlavano allo scandalo: “quale garanzia del rischio zero per i nostri bambini ???” “Voi state pronunciando una sentenza di morte!!!” “Volete dar retta a Trump!??” e cosi via… Il New Yorker, questo magazine cui dò molto credito, si è impegnato in una campagna feroce, ma onesta, contro Donald Trump, perché è evidente che ci sono casi come quello sopra raccontato in cui pare che si perda il dono del raziocinio. Come si può obnubilare il proprio pensiero, le proprie credenze, idee, valori, solo perché qualcuno che non ci piace, di cui non abbiamo stima, ha espresso un’opinione uguare alla nostra? Ma non è finita: a settembre l’ufficio stampa dell’avversario Joe Biden lanciò la campagna “Our Kids Not Safe in School”. Questa chiara mossa elettorale rese ancora più profonda la cesura tra i due schieramenti e la scuola non se ne avvantaggiò.
Il 20 luglio il distretto di Baltimora capitolava: le lezioni saranno da remoto al 100%. Ci sarà una consultazione a metà ottobre ma è già quasi scontato che l’intera sessione d’autunno sarà DaD. Alla fine del mese di agosto tutte le contee del Maryland hanno optato per la DaD. Trentacinque tra le più grandi contee degli States hanno scelto la scuola da remoto ma, come nota Nuzzo, è difficile dire che la preferenza sia stata data dopo un’analisi ponderata dei dati (l’indice di contagio relativo a bambini e ragazzi era tre punti sotto il livello considerato critico dall’Oms); al contrario era evidente la pressione politica subita. Nelle “altre contee”, quelle in cui la scuola è tornata in presenza, non si sono registrati focolai; persino in Florida, uno dei centri più colpiti dall’infezione, dove si è riaperto, la curva di contagi ha continuato ad abbassarsi senza scossoni. In Wisconsin, dove quasi tutte le scuole sono tornate in presenza senza distanziamenti ne contingentamento, gli insegnanti raccontano che i ragazzi, pur trascorrendo tutta la giornata nella medesima aula, che odorava di disinfettante, non avevano registrato un solo caso di covid19.
E le scuole private? Come si sono comportate?
A Baltimora, il nostro caso modello, l’élite della città, preoccupata che troppe ore dinanzi a un monitor danneggiasse i propri ragazzi, ha prontamente accettato di pagare degli extra per assicurare l’insegnamento in presenza. Sono stati montati tendoni nei cortili delle scuole, equipaggiati di maxischermi e sofisticati impianti audio. Le classi sono state divise e sono stati assunti nuovi insegnanti. La medesima tendenza di un abbandono del pubblico a favore del privato si è registrata un po’ovunque nel Paese, dagli asili ai college universitari. A questo si è aggiunta l’ultima moda delle scuole in casa: famiglie amiche che si isolano in quella che chiamano la loro bolla privata (the bubble) dove danno vita, di propria iniziativa o con il supporto di precettori, a vari percorsi scolastici. Quasi tutti gli osservatori tendono a credere che queste siano scelte temporanee e che le famiglie torneranno al pubblico. Qualche preoccupazione però c’è: Weingarten, esponente della Federazione americana degli insegnanti, osserva come le istituzioni, proprio in un momento d’emergenza, non hanno saputo offrire linee chiare di comportamento; questo ha spaventato molto i genitori e potrebbe avere minato la loro fiducia verso le strutture pubbliche.
E, mentre i grandi si struggono e competono tra chi è più bravo e previdente a salvare la comunità dal virus, di Shemar e di tutti i bambini invisibili si perdono le tracce. Forse potremmo ritrovarli straniti nella realtà virtuale di videogiochi come Minecraft e Fortnite perché ce li siamo dimenticati nel buio di stanzette tristi.