Partendo da suggestioni dal mondo animale Jill Lepore ci conduce in un viaggio attraverso gli ultimi tre secoli per mostrarci come in così poco tempo si sia capovolto il mondo. Parleremo dei paradigmi concettuali che informano le nostre vite; di essi ci accorgiamo solo quando ci travolgono nei loro movimenti e nelle loro accelerazioni, come sta avvenendo ora al tempo del coronavirus.
È un articolo che ha catturato subito la mia attenzione perché del processo raccontato sapientemente da Jill siamo tutti consapevoli, ma molti non riescono ad inquadrarlo interamente: ci stiamo/stanno addomesticando. Sembrerebbe che la maggior parte di nordamericani ed europei vivano più tempo in case, uffici, macchine, scuole ecc che una balena sott’acqua… e il tempo trascorso al chiuso è destinato ad aumentare: le Nazioni Unite calcolano che nei prossimi 40 anni la metratura indoor coprirà approssimativamente il doppio dell’intera estensione planetaria. Abbiamo portato gli equilibri naturali oltre un punto di rottura e ora stiamo portando noi stessi verso adattamenti nuovi, di cui non riusciamo a vederne gli effetti. Forse non ci abbiamo mai pensato ma l’architettura gioca un ruolo fondamentale in una società sempre più domestica e diverrà negli anni a venire sempre più protagonista. Sarà lo spirito dell’uomo che vuole diventare Dio, ma alcune tendenze presentate in questo articolo danno i brividi, come la predizione dell’avvento di una architettura sanitaria.
Anche la vita indoor ha i suoi pericoli, scopriamo quali progetti hanno in mente per noi gli specialisti dell’abitare
Nel regno animale troviamo un’ampia gamma di soluzioni abitative: alcuni come i castori mostrano di possedere qualità ingegneristiche costruendo case dotate di comfort come la ventilazione e di sicuri ingressi sotterranei; altri si accontentano di ripari più o meno spartani come nidi e tane, dove vivono in solitudine o con altri membri della propria specie. Tra i più curiosi mammiferi annoveriamo il porcospino: un roditore ben corazzato per via degli aculei che ne ricoprono il corpo, ma decisamente poco atletico e quasi cieco. Fino al secolo scorso era pratica comune in tutto il New England cacciarlo ma oggi il porcospino praticamente non ha nemici; solo qualche cane si permette di disturbarlo infilando a proprio rischio e pericolo il naso nella tana. Così si è fatto la fama dell’ “imperturbabile”: di preferenza vive solo, in tane malmesse e di risulta come tronchi cavi, staccionate semicrollate o anche come ospite abusivo delle nostre rimesse e legnaie abbandonate. Esce il meno possibile dal rifugio e molto difficilmente se ne allontana, accumula la propria sporcizia appena al di fuori dall’ingresso, incurante che gli altri possano stanarlo. D’inverno capita che alcuni porcospini si ritrovino a vivere assieme, e allora vengono chiamati la “banda del pungiglione”. A primavera il porcospino femmina alleva i propri piccoli in tane piccole, buie e sciatte. Ci sono poi le abitazioni degli animali domestici: pollai e stalle. Dagli anni cinquanta, con l’avvento degli allevamenti intensivi, le condizioni di questi esseri viventi è tragicamente peggiorata, come nel caso dell’allevamento al chiuso e in gabbia dei polli, che oltre ad essere una tortura (gabbie così affollate da non permettere mai d’aprire le ali!) ne danneggia la carne perché è nella natura dei volatili da cortile razzolare all’aria aperta per ritrarsi sul trespolo al calar del sole. E tra gli esseri umani quale comportamento osserviamo? Uomini e donne ruspanti che amano la vita all’aria aperta o intere generazioni sempre più abituate a vivere il proprio tempo in ambienti chiusi?
Gli edifici, l’inquinamento outdoor e indoor e le performance lavorative
Il primo studio che ci presenta Jill è Healthy Buildings: How Indoor Spaces Drive Performance and Productivity (Edifici Salubri: come gli ambienti chiusi influiscono sull’efficienza e sulla produttività), condotto a Harvard da Joseph G. Allen e John D. Macomber. Secondo questa ricerca l’essere umano, già prima della pandemia, trascorreva buona parte della propria vita in luoghi chiusi: sembrerebbe che la maggior parte di nordamericani ed europei vivano più tempo in case, uffici, macchine, scuole ecc che una balena sott’acqua… La proporzione di tempo trascorso outdoor o indoor si può calcolare moltiplicando la propria età per un coefficiente 0.9, ad esempio un quarantenne ha vissuto ben 36 anni in ambiente chiuso. Questo risultato contiene anche le ore di sonno ma è comunque un campanello d’allarme, soprattutto perché la dimensione domestica è destinata ad aumentare e ad acuirsi drasticamente nel post-covid. Un altro lavoro che la giornalista presenta è di Emily Anthes The Great Indoors: The Surprising Science of How Buildings Shape Our Behavior, Health, and Happiness (Grandiosi indoor: la scienza si sorprende di come la struttura degli edifici incide sul comportamento, sulla salute e sulla felicità dell’uomo). L’autrice osserva come la vita al chiuso guadagni prepotentemente spazio, tanto che le Nazioni Unite calcolano che nei prossimi 40 anni la metratura indoor coprirà approssimativamente il doppio dell’intera estensione planetaria. Già da anni accade che i governi inviino avvisi alla popolazione di rimanere al chiuso a causa di condizioni climatiche avverse, o per gli alti livelli di inquinamento da pm10. Molti scienziati sono però decisamente critici verso questa soluzione perché piuttosto infondata. Chi ha mai stabilito che gli ambienti al chiuso sono meno soggetti all’inquinamento? Non essendo sigillati, molto spesso l’aria pesante penetra in essi e vi rimane in circolazione, ma soprattutto sono essi stessi causa di un proprio inquinamento, non meno pericoloso di quello che circola all’esterno. Emily definisce gli ambienti interni come i fratelli poveri degli esterni perché non soggetti a controlli e normative. Eppure ai governi piace scaricare la responsabilità sul privato e abituare masse di persone al confino e all’isolamento. Ad esempio nel 2018 il governo cinese ha emanato una legge chiamata “stay indoors” che ha interessato ben 79 città colpite dall’inquinamento atmosferico. La proposta di Allen e Macomber (e come si vedrà in seguito di Anthes) è di progettare ambienti chiusi salubri; sullo sfondo sta, come si evince dal titolo dello studio, la premura di rassicurare gli imprenditori che un lavoratore sano e felice produce di più rispetto ad un collega stressato, un po’ come i polli ruspanti con cui si era aperta la riflessione. Le nove regole di un edificio salubre indicate dagli autori includono il controllo della qualità dell’aria, delle polveri, dei parassiti, della luminosità e delle viste, dell’umidità, del rumore diffuso, della sicurezza e della tranquillità, benessere termico, ventilazione e qualità dell’acqua. L’obiettivo di Allen e Macomber è definire uno standard nazionale che consideri ogni dettaglio della vita al chiuso, dall’isolamento ai vetri frangiombra, dai filtri dell’acqua a quale possa essere il migliore aspirapolvere.
Nello studio è presentato un esame prospettico tra vita futura in edifici verdi e non, e il loro impatto su benessere e malattie. Si calcola che diminuirebbero del 54 per cento i disturbi al sistema respiratorio: così si eviterebbero 21.000 giorni di lavoro perso, 16.000 giorni di scuola persi, 11.000 casi di asma non sfocerebbero in malattia, si eviterebbero tra le 400 e le 500 morti premature e 256.000 accessi ospedalieri. Un risparmio che (si calcola) ammonterebbe a 4 miliardi di dollari. Sul risparmio energetico i dati non sono chiari perché queste strutture da un lato offrono performance d’eccellenza e dall’altro richiedono per funzionare un apporto stratosferico di energia. Gli autori dello studio sono molto ottimisti anche su questo punto.
Addomesticamento e nuovi prodotti da vendere: iperpersonalizzazione e iperlocalizzazione
La direzione tracciata dai designers va verso una iperpersonalizzazione e iperlocalizzazione termica per ottenere “aree di salute personalizzata”. In un futuro per nulla lontano le postazioni di lavoro potrebbero essere programmate attraverso app, cioè la mia scrivania potrebbe avere un microclima diverso da quella del collega vicino. Immagino i sorrisi soddisfatti di tante amiche costrette ogni estate agli uffici frigorifero… In verità gli stessi autori sembrano consapevoli che alcuni aspetti delle loro visioni potrebbero riservare risvolti imprevisti per niente piacevoli e da non sottovalutare; come ho ricordato già nello scorso articolo la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Avere un tetto sopra la testa è una cosa: è un diritto di ogni essere umano. Trascorrere quasi interamente la propria esistenza al chiuso è qualcos’altro e soprattutto è una cosa nuova. Il processo di addomesticamento è iniziato migliaia di anni fa quando dagli spazi aperti della savana l’uomo si spostò tra le fronde degli alberi per costruire tettoie e ripari; la traccia di una natura selvaggia è rimasta iscritta nel nostro codice genetico e si manifesta nel desiderio, ancora ben percepibile, di ricongiungerci con la natura; ma la frustrazione di non potere esaudire il bisogno ci porta ad ricorrere a stratagemmi, come appendere gigantografie di boschi di redwoods in corsie di ospedali o entrare in gallerie virtuali di paesaggi alpini o deserti variopinti. Jill era solita pensare a questi espedienti visivi con benevolenza: se tutto ciò che puoi fare è passeggiare per una corsia della clinica allora questo è meglio di niente. Oggi ha cambiato idea: zoom non è meglio di niente… Già è faticoso vivere con la maschera e non toccarsi l’un l’altro, e Jill ci dice in più che nei testi citati le pratiche di separazione potrebbero divenire pratiche comuni in una futura “organizzazione dello spazio” tanto da poter essere vendute per profitto. Con simili premesse potremmo ritrovarci in una società divisa; nella quale i poveri vivranno in un malsano outdoor perché solo i ricchi potranno permettersi i comfort di scrivanie climatizzate su ideali parametri di temperatura e umidità dell’aria; indosseranno visiere autoregolabili sull’intensità luminosa preferita, sofisticati auricolari e filtri a tecnologia HEPA (microfiltraggio delle polveri sottili), abiteranno in ambienti incorniciati da tendine fotosensibili e si puliranno le scarpe su zerbini intelligenti, capaci di trattenere le micropolveri, mica come il “non zerbino” di Henry David Thoreau – il filosofo statunitense in Walden, ovvero vita nei boschi, ci racconta di un episodio in cui, dopo aver riflettuto su quale fosse la cosa migliore da farsi, convenne che è sempre meglio evitare ogni concessione al male e rifiutò un tappetino che una gentile dama voleva regalargli. La nuda terra antistante la capanna poteva svolgere altrettanto bene il medesimo servizio.
Il capovolgimento di un paradigma
Nel 1793 gli Stati Uniti furono colpiti da un’epidemia di febbre gialla; solo nella città di Philadelphia, l’allora capitale, morirono 5.000 persone. A seguito di questa drammatica esperienza dottori e scienziati dell’epoca, osservando i dati, misero in correlazione le condizioni abitative con lo sviluppo dell’infezione. Si decise di investire in servizi di igiene pubblica, come portare acqua corrente alle case e progettare spazi verdi. Fu persino organizzata una campagna educativa per incoraggiare i cittadini alla vita all’aria aperta e alla luce del sole. Vivere al chiuso era diventato sinonimo di pericolo per la salute. Il movimento progressista interessato al benessere pubblico continuò a influenzare l’architettura e le progettazioni urbanistiche delle città per tutto l’Ottocento. La storica Sara Jensen Carr, autrice di The Topography of Wellness (Topografia del benessere), ci informa dell’esistenza di istituzioni quali il British Garden City Movement che con la loro opera di ricerca e divulgazione influirono sulle scelte politiche di intere città e di istituti quali ospedali e case di riposo. Ad esempio ci si preoccupava che le vie non fossero troppo strette e le case troppo alte perché la luce naturale doveva essere assicurata a ogni piano. Verande e portici furono pensati come luoghi dove poter sostare a lungo, anche dormire, perché considerati ideali per prevenire la tubercolosi. Con questo spirito furono progettate le case vittoriane. Grande attenzione veniva data agli edifici scolastici perché i bambini dovevano crescere in ambienti sani, mentre gli ospiti di sanatori, case di riposo ecc. venivano incoraggiati a coltivare orti e giardini. La prima riforma degli ospedali beneficiò delle idee progressiste di Florence Nightingale, un’infermiera britannica nota come la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, la quale scriveva “rinchiudere i malati in luoghi riscaldati artificialmente equivale a cuocerli a fuoco lento” e proponeva ampie finestre per permettere alla luce del sole di agire come antisettico. Purtroppo le buone idee di Florence presto finirono sullo sfondo del paradigma emergente: con l’avvento della nuova teoria batteriologica e le nuove pratiche di sanificazione degli ambienti, gli ospedali iniziarono a sigillare porte e finestre per isolare i malati dall’esterno, a fidarsi solo di procedure disinfettanti a base chimica e puntarono tutto sugli antibiotici per il buon esito della guarigione. Nessun credito fu più concesso a luce solare e aria fresca.
Secondo la ricercatrice Sara Jensen Carr il capovolgimento fu ancora più drammatico e profondo e interessò la struttura della società stessa. Quando la salute era considerata una cosa pubblica le istituzioni si sentivano incoraggiate a trattarla in conseguenza, dunque l’attitudine era verso una dimensione sociale più responsabile. Ma nel momento stesso in cui avvenne il cambiamento di paradigma e iniziò l’era dei microbi e delle sanificazioni si attuò anche un riposizionamento del pubblico verso il privato e la salute divenne qualcosa di individuale.
Se “industria” è stata la parola d’ordine del ’800 e “efficienza” del ’900, “benessere” potrebbe essere quella del 21simo secolo, e ciò sembrerebbe una buona cosa per l’essere umano. Purtroppo, ci dice Jill, qui c’è puzza di truffa. La maggior parte degli esperimenti architettonici raccolti in The Great Indoors e Healthy Buildings chiaramente si adeguano ad un modello concettuale non universale, al contrario iper-individualizzato e aderente agli standard di una medicalizzazione della vita, all’interno della quale l’architettura è vista come terapeutica, edificio per edificio e persona per persona. Si inizia a parlare di sindrome da appartamento o luogo chiuso negli anni ’80 dello scorso secolo definendo un campionario di sintomi come il mal di testa, l’affaticamento, l’irritazione oculare, tutti sintomi che colpiscono chi lavora in luoghi chiusi ermeticamente, dove l’aria è resa pesante da una sorta di inquinamento locale dovuto a esalazioni da formaldeide, vernici e microrganismi. La Velux, compagnia danese specializzata nella progettazione di lucernari, ha definito l’umanità del 21esimo secolo la “generazione indoor”. Nel sito dell’azienda un video mostra una ragazzina pallida e dall’aspetto malaticcio che racconta di un tempo in cui gli esseri umani lasciarono la natura per vivere sempre al chiuso: avevano dotato i luoghi di ogni comfort al punto da non poterli più lasciare. Ci spiega che è da allora che abbiamo iniziato ad ammalarci, a perdere il sonno, a respirare male, a tossicchiare sempre e a soffrire di pruriti ed eczemi, e abbiamo iniziato a sentirci tristi. Secondo la Velux è il vivere troppo in ambienti chiusi la causa di piaghe endemiche della società moderna quali la depressione e le malattie respiratorie. Avrebbe potuto essere nientepopodimeno che Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, a scrivere il testo del video della Velux. Perché, come ci racconta, dopo aver dato credito alla teoria medica che sosteneva che per contenere i disturbi d’asma era opportuno tenere i soggetti deboli al chiuso, o come si diceva allora bisognava tenere l’aria cattiva fuori, quando comprese a sue spese l’errore, iniziò a suggerire agli amici di rompere i vetri delle loro case per permettere il passaggio d’aria fresca. In una lettera dichiara che uno degli sbagli era stato scegliere di dormire in letti protetti da tende e che, se può essere considerato corretto tenere i malati divisi dai sani, farli vivere al chiuso è invece una pratica decisamente scorretta che spesso li indebolisce e li fa ammalare di più.
La più estrema e convinta tra i designer presentati da Jill è Emily Anthes, la quale in Healthy Buildings descrive sé stessa come una sostenitrice del vivere indoor senza riserve e senza rimorsi. L’idea di considerare l’abitare come un luogo di cura la affascina, per la stesura del testo racconta di aver visitato edifici progettati per gestire obesità, vecchiaia, depressione; anche immaginare città galleggianti e villaggi lunari, dove ogni istante dell’esistenza è coronato da comfort e tecnologia, la stuzzica. Emily aderisce a una nuova branca di architettura che si autodefinisce indoor ecology perché si preoccupa del micromondo dell’appartamento, cioè degli acari e microrganismi con cui conviviamo. Anthes racconta che, più si addentrava nello studio del mondo invisibile con cui coabitava, più si sentiva forestiera in casa propria. Mentre contemplava funghi in cucina e germi nel bagno conveniva tra sé e sé su quanto poco sapesse di tutto ciò che accadeva sotto il suo tetto. Jill non si trattiene: con ironia si chiede “quali raccomandazioni raggiunge questa ricerca? Apri la finestra. Prenditi un cane.”
E non solo medicalizzazione della vita…
Ci potrebbero essere anche altri inconvenienti nel post-covid: ad esempio la pratica di raccogliere dati personali, normalmente regolata da leggi sulla privacy, a causa dell’emergenza ha subito diversi indebolimenti per permettere una più efficiente gestione e controllo dei contagi e probabilmente non tornerà in un immediato futuro alla situazione pre-covid; al contrario è presumibile che le leggi sulla privacy rimarranno permanentemente alterate consentendo alle aziende di utilizzare con nuove modalita i dati personali dei dipendenti. Ad esempio Anthes presenta una compagnia, Humanyze, il cui servizio è analizzare le interazioni digitali e di persona tra dipendenti di una azienda. L’azienda ha progettato un “badge sociometrico” che una volta indossato permette di rilevare il tipo di incontro che due impiegati stanno avendo. Il badge funziona a tecnologia Bluetooth, contiene un microfono, un accelerometro e un sensore a infrarossi capace di stabilire la posizione dell’impiegato e la direzione del suo viso, ossia se nelle proprie relazioni sociali preferisce una conversazione a quattrocchi o no. L’imposizione dello smartworking ha rivelato a molti l’importanza di avere occasionali incontri sul posto di lavoro, la bellezza di una chiacchiera imprevista; che cosa potrebbe significare un monitoraggio delle nostre attività sociali attraverso badge è un qualcosa di ancora molto difficile da definire, ma sicuramente inquietante.
Anche Borasi e Zardini, curatori di una mostra presso il Centro Studi d’Architettura di Montreal nel 2011 e editori del catalogo della mostra Imperfect Health: The Medicalization of Architecture (Salute Imperfetta: La Medicalizzazione dell’Architettura) si dimostrano preoccupati di come potrebbe delinearsi il futuro abitativo. Scrivono: inseguire il sogno di progettare l’ambiente su specifici gruppi di malati conduce a conflitti e a soluzioni architettoniche contraddittorie, e può aprire a disfunzioni sociali anche più pericolose – come la segregazione demografica del gruppi protetti.
“Combattere le malattie è una crociata pubblica, condurre una vita sana è una questione privata, o piuttosto lo era…” La pandemia ha invertito ogni tipo di relazione, tra il pubblico e il privato, tra la campagna e la città, tra l’esterno e l’interno. Il coronavirus si comporta come un miasma e un germe allo stesso tempo: esso è nell’aria, sulle superfici, dentro di noi. Nulla appare più selvaggio di un virus invisibile e nessuna creatura è tanto determinata nella ricerca di una casa, quanto peraltro incurante di risultare un ospite sgradito. Jill senza preamboli conclude l’articolo con una riflessione che suona come un monito: la vita al chiuso sta portando le persone verso la follia, ci ritroviamo incantati di fronte a tappezzerie o a guardare straniti da finestre sigillate, ardentemente desiderando la natura e ancora una volta mugugnando e ululando da soli e di nascosto.