Non dirmi cosa devo fare

Questo articolo tratta di un tema spinoso che ci riguarda tutti e presenta un’anomalia. Nell’articolo online il sottotitolo fa le veci del titolo – che manca ma che compare nella rivista cartacea. Non ho spiegazioni e preferisco sospendere il giudizio sperando che la realtà sia sempre più complessa di come c’è la figuriamo e che nella scelta fatta non sia intervenuta nessuna censura. In questa vicenda la cosa interessante che ha colpito tanto me quanto il giornalista Atul Gawande è quanta forza ha preso il dibattito sull’uso della maschera in una comunità molto colpita dalla SarsCov2 (percentualmente la più colpita negli States, forse nel mondo). I partecipanti non si sono fermati al quesito se il presidio medico serva o non serva a contrastare il virus, al contrario questo tema è stato quasi subito accantonato. Invece proprio le persone comuni si sono ingaggiate a guardare lontano, a chiedersi che cosa quell’oggetto sul viso avrebbe potuto significare a livello psicologico, che effetti avrebbe potuto avere se portato a lungo, troppo a lungo… e allora tante domande, pensieri sfuggenti, intuizioni e visioni hanno increspato la superficie della certezza, persino quella del giornalista Gawande, che è chiaramente pro maschera e misure di contenimento (molto più di quanto lo sia io). Credo che l’aspetto più bello dell’articolo sia proprio l’incontro tra due uomini: il giornalista progressista del New Yorker che cede un poco di politically correct in cambio di ruspante saggezza e Tom Ross, il rappresentante di prodotti agricoli che impara a smorzare toni troppo duri e puri e impara a guardare alla vita con gli occhi dei molti.

Come nel North Dakota, dove si è svolta la battaglia più cruenta contro il coronavirus, la scelta di imporre la mascherina ha rappresentato un’altra battaglia.

Grazie a questo articolo forse qualcuno potrà, almeno per certi versi, risollevarsi di morale, perché, stando ai numeri in percentuale, l’epicentro mondiale di infezioni non è stato in Lombardia ma a Minot. Chissà se qualcuno dei miei amici lettori aveva mai sentito il nome di questa cittadina del North Dakota. Io no. Giusto per informazione si trova a circa 450 chilometri da Fargo, che grazie ai fratelli Cohen invece conosciamo tutti.

Lo scorso ottobre Minot si trovava in piena emergenza: registrava un elevato numero di morti, ospedali in tilt e contagi fuori controllo. Fu allora che durante un’assemblea comunale la consigliera Carrie Evan, candidamente ma con determinazione, propose al sindaco e ai colleghi di emettere un mandato che imponesse l’uso della mascherina quando non fosse possibile mantenere due metri di distanziamento. La proposta fu votata e, sebbene non a maggioranza assoluta, la norma temporanea fu approvata. Il mandato di obbligatorietà di coprirsi naso e bocca è scaduto a febbraio 2021 e non è stato esteso.

Ripercorriamo allora assieme alcuni punti salienti della diatriba per poi trarre qualche riflessione.

Prime fasi
A marzo si registrano i primi casi; ad aprile le restrizioni più importanti, il soft lock- down come è stato definito per differenziarlo dai cugini europei molto più duri. A maggio le limitazioni si allentano, a luglio si torna a cenare indoor, con l’arrivo dell’estate tutti sembrano essersi quasi dimenticati della SarsCoV2, tranne le grandi catene del commercio… Proprio da Agosto 2020 Target, Walmart, Dollar General e altre iniziano ad obbligare lavoratori e clienti ad indossare la maschera nelle loro proprietà.

A settembre l’epidemia riparte
Lisa Clute si dà un gran da fare per tamponare la situazione, soprattutto al campus universitario e nei “territory” di competenza federale. Inoltre istituisce un ottimo servizio di contact tracing che in capo a qualche settimana scopre che almeno il trenta per cento dei soggetti risultati positivi al test o esposti al virus rifiutano la quarantena. Le cose continuano a peggiorare tanto che Lisa con rammarico ricorda: “ci stavamo contagiando tutti ma nessuno voleva stare chiuso in casa! Il governatore si rifiutava di alzare il livello di emergenza e di limitare gli assembramenti. Sembrava davvero inutile che io volessi continuare a fare test su test…”

Il consiglio di ottobre 2020
Oltre al sindaco, Shaun Sipma e a Carrie Evans sono presenti il capo della polizia, John Klug, il dirigente del distretto sanitario che ha sede a Minot ma serve ben sette contee, Lisa Clute, e i consiglieri:  Stephan Podrygula, psicologo, Paul Pitner, lattoniere, e Tom Ross, rappresentante di prodotti agricoli. Evans non ha dubbi: è una responsabilità morale che come istituzione bisogna assumersi; trionfante mostra il mandato fresco fresco emesso da Fargo ed invita a copiare l’iniziativa. Podrygula e Pitner pur convinti della bontà del provvedimento sono dubbiosi e critici. Il sano pragmatismo americano sa che nei momenti di emergenza l’ultima cosa da farsi è alzare la tensione all’interno della comunità (Podrygula); dire a un altro che cosa deve fare potrebbe prendere una brutta china (Pitner).  Klug invece è d’accordo perchè sta tentando di imporre la maschera ai suoi agenti e una delibera comunale lo faciliterebbe. Tom Ross è il più radicale no mask presente in aula e porta diversi punti in favore della propria tesi. Si è informato da un anatomopatologo suo amico d’infanzia che lavora presso un laboratorio Covid Test ad Amarillo, in Texas. Ha così capito che questo è un virus che lascia il 99% di possibilità di sopravvivere: che senso ha dunque accrescere la paura nella gente? Chiedere di indossare la maschera non scoraggerà poi molto il virus, continueremo a contagiarci e a morire, ma metterà le persone sempre più a disagio l’una con l’altra; e nemmeno servirà che gli si dica che è solo una “misura cautelare”, la paura si muove su strutture inconsce e lì si anniderà. A suo avviso la maschera potrebbe essere adottata in luoghi particolari, come gli aerei (superincubatori) e gli ospedali. Inoltre osserva che ovunque si ripete fino alla nausea che bisogna rallentare il contagio, ma a nessuno sembra interessare fino a che punto abbia senso questa operazione. Se un’epidemia viene fatta scorrere goccia a goccia questo, oltre un certo limite, destabilizzerà il nostro lavoro, minerà le nostre vite e il prezzo da pagare supererà il beneficio desiderato. Una decisione così grave per la popolazione deve essere ben ponderata. Perché invece non sostenere il concetto di “responsabilità personale?” Se sei malato stai a casa, anche se non ti senti bene valuta di stare a casa, prendi precauzioni, tutto dipende da te, perché gli altri si fidano di te. Non sarebbe più saggio? Queste in sintesi erano state le argomentazioni di Ross.

La reazione della comunità al nuovo mandato
Si può quasi definire compatta. Il consiglio era in diretta online, le reazioni furono immediate. Lisa Clute fu pesantemente attaccata da post al vetriolo. Evans resistette orgogliosamente e riuscì a rispondere a tono ad ogni assalto, anche quando fu presa di mira per il suo orientamento sessuale. Il sindaco Sipma si interrogò se non stavano superando dei limiti di potere, e se questo era giusto… ma alla fine il mandato passò. Quella serata a Minot si chiuse elettrica, l’indomani la giornata partì come se niente fosse accaduto, quasi nessuno indossò la maschera. Minot in quei mesi si fece la fama della città più recalcitrante alla misura della maschera di tutti gli States. Ciò che sbalordiva di più era che Minot era anche la città messa peggio sotto il profilo epidemico. Persino Ross fu contagiato. Trascorse dieci giorni isolato nel seminterrato della sua casa in preda al terrore; per lui il lato psicologico fu l’aspetto peggiore della malattia. Non riusciva a gestirlo: temeva di morire o di diventare così debole da non poter più lavorare. Assunse zinco, idrossiclorochina e azitromicina (con la diet coke) come suggeritogli dall’amico medico. In capo a due settimane era di nuovo alla guida del pickup con la mascherina in tasca.

Conclusioni
Ross è sicuramente il perno su cui ruota la vicenda. Diversamente da altri del suo stesso “partito”, intervistati o solo citati, che si mostrano stupidamente aggressivi e che parlano per luoghi comuni, Ross pur nella sua semplicità riesce a portare la riflessione ad un livello più profondo. Di fronte a quest’uomo della strada dai gusti semplici e per il quale la vita è prima di tutto lavoro, persino Atul Gawande vacilla, si ferma, sospende giudizi e lo ascolta. Il tema della paura è il filo rosso che lega le sue speculazioni: la mascherina questo comunica e questo rappresenta. È incoerente, e dunque fallimentare, pensare di combattere la paura con la paura stessa. Se semino paura raccoglierò paura, se insegno la violenza otterrò soggetti violenti, se condurrò verso l’amore incontrerò persone capaci di amare. La paura fa ragionare male, dunque paralizza la libertà di sceltà, quella positiva, non quella negativa come meschinamente si è cercato di far credere… La libertà è il bene più alto dell’essere umano, migliaia di persone hanno sacrificato la propria vita per essa; è un dovere morale non dimenticarcelo. Il meccanismo della paura fa reagire d’istinto con maggiore aggressività. Come già emerso in tempo prepandemico il bullismo si rinforza in assenza (gli attacchi online), ma anche non vedere più il volto potrebbe facilitare il comportamento violento. Emmanuel Lévinas scriveva che la morale stessa si fonda sulla visione del volto dell’altro. Una maschera nasconde… Molte delle attività sociali e commerciali devono svolgersi in presenza e la maschera con tutto il suo carico di paura e aggressività rappresenta un pericolo da non sottovalutare.

Anche a livello di cornice ci sarebbe molto da riflettere. Su questo punto ci aiuta il giornalista che crede fermamente nella democrazia e pertanto si rende conto che l’antipatia che molti manifestano verso la politica è in realtà un’incapacità di tollerare, cooperare e vivere con il conflitto di chi non la pensa come te. Soprattutto su temi di tale portata non si può, a meno di cadere in forme di totalitarismo, non considerare il dissenso. In una comunità non c’è, o non ci dovrebbe essere, un boss che impone una strategia d’azione unica, altrimenti sarebbe un’azienda. Questo è un grave problema che sta affliggendo tutti: il consiglio di Minot tutto sommato ha operato con saggezza; impegnandosi a ricercare il bene dei suoi cittadini ha rischiato qualcosa su tutti i tavoli. Appena la situazione è migliorata sotto il profilo sanitario, benché ancora a rischio, ha subito tolto parte delle misure restrittive così da allentare la tensione sociale e ha dato ascolto alle altre situazioni anch’esse in sofferenza e a rischio. Non ha privilegiato sempre e solo un aspetto della gestione della comunità. Ma alle sue spalle le grandi compagnie, le holding senza faccia, decidevano per conto proprio, decidevano anche per i cittadini di Minot senza interpellarli, senza tener conto di accordo o disaccordo, di bisogni diversi e di pluralismo, decidevano unilateralmente nuove regole sociali, e ovviamente loro non le hanno ancora cambiate. Se questo è il futuro delle società democratiche avanzate credo che sia in atto una profonda e pericolosa regressione, e badate bene non sto dicendo che solo le grandi compagnie agiscono con questi criteri. Ross e Awande concordano che, con la capacità di cooperare nel conflitto, una caratteristica della società democratica avanzata dovrebbe essere la “responsabilità personale”. Anch’io concordo.

I personaggi
Lisa Clute oggi ha sessantuno anni e dirige il principale plesso sanitario della zona; un tempo però fu un’ insegnante elementare. Prima della pandemia era solita trattare problemi di droga, alcolismo, violenza sessuale e intossicazione farmacologica (la moda degli oppiacei ha lasciato un brutto segno negli States). Da sempre cerca di fare il meglio possibile per i soggetti deboli della comunità con risorse economiche davvero risicate.

Tom Ross è un omone di cinquantasei anni che dopo aver svolto diversi lavori oggi percorre instancabile le strade del paese a bordo di un pickup Ford immerso nei suoi pensieri. La politica non lo aveva mai davvero interessato ed entrò in consiglio quasi per gioco; da sempre si considera un pensatore indipendente. Alle presidenziali votò entrambe le volte per Obama ed entrambe le volte per Trump.

Carrie Evans, al contrario di Ross, è da sempre interessata alla politica, la considera l’unica via possibile per combattere le ingiustizie. Laureata in sociologia e progressista, omosessuale; iniziò la propria opera di attivista a Baltimora-Boston come promotrice dei diritti L.G.B.T.Q. Sposata e divorziata dopo diciotto anni, decise di tornare a Minot dove ancora risiedeva la sua famiglia. Di lì a poco le fu diagnosticata la sclerosi multipla. Non pensava di fermarsi in provincia a lungo, voleva solo riposarsi e ricentrarsi, quando all’improvviso si è accorta che ormai possedeva un cane, un gatto e una cerchia di amici e che alla fine si trovava bene lì, nella vecchia Minot.

Qualche dato su Minot e il North Dakota
La città fu fondata nel 1886 su un’ampia piana, ad un ottantina di kilometri dal confine canadese lungo il tratto ferroviario transcontinentale. Nella regione scorre il fiume Souris serpeggiando da est a ovest tra dolci colline. Tradizionalmente Minot, come l’intero stato del North Dakota, è una città rossa, conservatrice e repubblicana. Da sempre la principale attività economica è l’agricoltura; nel 2006 è stato trovato del petrolio, cosa che ha fatto esplodere la popolazione di un terzo. Prima della pandemia Minot registrava un tasso di disoccupazione vicino allo zero, Il reddito medio procapite si attesta intorno ai sessantaquattromila dollari l’anno ed è tra gli Stati quello in cui la forbice della disparità economica sociale è meno aperta. Grazie a queste condizioni virtuose beneficiò delle riforme di Obama e dunque Minot oggi conta il numero minore di non assicurati al servizio sanitario nel Midwest.

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