Come la Cina ha controllato il Coronavirus

Leggendo l’articolo di Peter Hessler cadono pregiudizi e vacillano sicurezze. Peter conosce bene la Cina comunista del secolo scorso e racconta la sua esperienza in lockdown a Chengdu, moderna metropoli di 16 milioni di abitanti. Le sue analisi sono sottili; riescono a penetrare in alcune pieghe del fenomeno cinese che non mi sarei aspettata, come scoprire che la tanto acclamata avanzatissima tecnologia cinese ha anch’essa fallito e che il governo ha ottenuto vittoria sul virus ricorrendo, e riscoprendo, i vecchi metodi maoisti: le “famigerate” commissioni di quartiere. Colpisce la propaganda di partito sui giovani, entusiasti di far parte di un paese che non valuta la persona come “soggetto economico” ma che ingenuamente non comprendono che sono anch’essi trattati come “merci”, né più né meno dei loro coetanei occidentali: emblematico il caso delle mascherine gadget regalate con i pacchetti di sigarette per far ripartire i consumi. Ma l’interrogativo più grande, e inquietante, che Peter ci pone è: perché se tutti gli epidemiologi cinesi concordano che solo il lockdown funziona, si insiste sull’obbligo ad indossare mascherine, controllare la temperatura, usare app di spostamento e fornire documenti sanitari (l’health code)?

Insegnare e apprendere a Sichuan durante la pandemia

Peter Hessler ritorna ad insegnare in Cina dopo vent’anni di assenza: molto è cambiato nella società e nei ragazzi. La sua prima esperienza fu nelle campagne povere degli anni ’90 del secolo scorso; i suoi allievi esibivano una sana voglia di emancipazione e riscatto dalla povertà, che li stimolava a presentarsi come soggetti creativi e indipendenti. Amavano scegliersi nomi (nickname) inglesi stravaganti come Coconut, Yellow, House, Lazy; oggi i corsi di scrittura creativa e giornalismo abbondano di Brian, Agnes, James, Andy… Peter conserva le foto ricordo dei vecchi allievi, i nuovi può solo immaginarli. Quasi l’intero anno scolastico è stato svolto su di una piattaforma virtuale che non prevedeva alcuna interazione visiva tra i partecipanti: quando la telecamera era su on appariva solo l’insegnante; i ragazzi sono rimasti sempre invisibili.  Il campus dopo tre mesi di completa chiusura è stato da poco riaperto; ai ragazzi è stato permesso di tornare ma se scelgono di entrarvi non possono più uscirne. Ai professori è invece consentito ritornare alle proprie case la sera. La prima procedura cui Peter viene sottoposto al suo arrivo è la foto per la calibratura del viso con mascherina indossata, questo gli permetterà di oltrepassare i vari cancelli e porte della residenza. Ad ogni varco si è sottoposti ad uno scanner: appaiono su uno schermo viso mascherato, nome, cognome, numero identificativo e temperatura corporea. Mentre attraversa il campus nota un robot e lo segue. Ogni volta che con la bicicletta gli si avvicina troppo, la macchina emette un suono di pericolo; quando gli passa davanti si blocca; a chiamarlo non si riceve risposta. Si tratta di un servizio di consegne di proprietà della società high-tech Aladin che si appoggia alla piattaforma e-commerce Taobao; collabora con un servizio del campus al fine di ridurre le interazioni umane. Quando il robot raggiunge l’indirizzo indicato nella consegna, si ferma ed emette, ad alto volume, un richiamo: “Daoda zhandian! (“arrivato a destinazione!”
Allora compare un qualche studente mascherato con il telefonino in mano: inserisce un codice nella parte posteriore della macchina, che si apre e consegna il pasto. Tranne che per il robot e sparute apparizioni di ragazzi, le strade sono silenziose, pressoché deserte. A Peter pare di essere finito nel set di un film dell’orrore: “I ragazzi del Corona”. Sulla strada verso l’ufficio Peter vede una fila di tende bianche su cui campeggia la scritta in lingua inglese “China Health”. Un infermiera gli spiega che qualora ad un checkpoint un soggetto risultasse con la temperatura fuori dai parametri verrebbe inviato al presidio per il tampone. Nel suo ufficio trova cinque mascherine chirurgiche, guanti di lattice e una scatola di fazzolettini imbevuti d’alcool. A dispetto dei tre mesi di assenza tutto sembra in ordine: qualcuno, o qualcosa…, ha innaffiato e curato le piante.

Il lockdown più estremo al mondo
In Cina è stato imposto il lockdown più rigoroso di tutti. In particolare, dopo anni di sonnolenza, sono ritornate attive (anche iperattive) le commissioni di quartiere, ingranaggi costituiti ai tempi della rivoluzione maoista e capaci di gestire un controllo capillare del territorio. In molti luoghi hanno limitato le uscite delle famiglie ad un solo membro ogni due/tre giorni per i rifornimenti di base. Se una famiglia o un soggetto erano sospetti covid, in attesa del risultato del tampone o dei percorsi del contact tracer, le loro porte venivano sigillate. Un allievo racconta che non aveva mai visto cose simili ma che i vecchi di casa ne mantenevano memoria.  Era tornato comune vedere ufficiali statali, accompagnati da personale sanitario, entrare nelle case per prelevare capifamiglia e massaie che venivano trasportati in cliniche statali. L’isolamento assoluto non è stato risparmiato nemmeno ai bimbi piccoli, anche se asintomatici, e ha coinvolto anche stranieri come il caso di un bimbo pakistano di solo un anno che è stato posto sotto osservazione medica per oltre un mese. Questo modo di procedere ha ottenuto il risultato voluto: già alla fine di febbraio nella città sigillata di Peter, Chengdu, non si registravano più casi di contagio nella comunità, solo una settantina importati, tutti trattati e posti in rigorosa quarantena. Peter si “diverte” a fare sondaggi tra i propri allievi: chiede se qualcuno avesse conosciuto un soggetto Covid. Non ne hanno conosciuto nessuno.

Le commissioni di quartiere, i C.D.C (i  centri cinesi di controllo della malattia) e la nuova scienza delle app. Che cosa ha funzionato meglio?
Nel 2012 con l’ascesa di Xi Jinping il governo iniziò una nuova fase di accentramento del potere potenziando alcune strutture statali, tra le quali le veterane commissioni di quartiere. Fino agli anni ’80 e ’90 erano state il principale strumento con cui il partito interferiva nella vita privata di singoli e famiglie. Trent’anni dopo, la maggior parte delle persone poco sapeva di questi organismi; i giovani in particolare, come raccontano gli studenti di Peter, non si erano mai nemmeno accorti della loro esistenza come entità vicine di casa. Allo scoppiare della pandemia i ragazzi osservarono come queste organizzazioni crescessero rapidamente arruolando molti che avevano perso il lavoro. I diversi gruppi iniziarono a battere i quartieri centimetro per centrimetro, ogni strada e ogni scala dei palazzi fu percorsa a piedi anche più volte. Si iniziava alla mattina presto e si finiva a mezzanotte. Si ricercò il massimo rigore e scrupolo, eppure in qualche caso il controllo sfuggì e fu fatto un errore. Il responsabile veniva non solo licenziato ma costretto a una lettera di autocritica.
I C.D.C. sono circa 300.000, ognuno di essi contiene da 100 a 150 operatori, in genere mal pagati. Oltre ad essere state le principali agenzie di reclutamento dei contact tracer di quartiere, stilavano meticolosi profili e reportage dei soggetti scoperti affetti da Covid; come segugi digitali hanno seguito le loro tracce attraverso account di posta, messaggi e cloud. Decisamente in Cina il tema della privacy è molto meno sentito che da noi: un giovane ingegnere informatico, esperto in linguaggi digitali e assegnatario di diverse borse di studio internazionali, lamenta che le compagnie high-tech come Tenant (che possiede weChat) e Ali Baba hanno fatto resistenza ad aprire i loro database indiscriminatamente proprio in nome della privacy; si sono limitate a sviluppare delle applicazioni di monitoraggio sanitario (health code app), che a conti fatti si sono rivelate molto meno sofisticate di quelle in uso a Singapore e in South Korea basate su gpl. Peter si permette di arguire che si è controllato meglio il contagio e gestito meglio l’emergenza con la vecchia scienza e i vecchi metodi. Gli onnipresenti contact tracer on the road qualche volta brontolavano, potevano essere chiamati nel pieno della notte per un intervento, ma alla fine sempre di buona lena si mettevano sulle tracce dei sospetti contagi, puntuali telefonavano e organizzavano colloqui.
Molti addetti hanno lavorato direttamente per le C.D.C., a volte per altre strutture statali, in alcuni casi anche per la polizia. I gruppi comprendevano da cinque a sette persone, ma di solito solo uno possedeva preparazione medica. Circa diecimila contact tracer hanno lavorato solo a Wuhan.

Si torna liberi.
E subito, complici i numeri cinesi, si riaffollano autobus, metropolitane e treni. Nessun posto sugli aerei viene lasciato libero. Solo occasionalmente Peter nota cartelli che invitano a mantenere la distanza sociale, anquan juli, ma sembra che nessuno li tenga in particolare conto. Ci si continua a stringere la mano e a sputare per la strada. Nella classe delle figlie gemelle, alla scuola primaria, sono in 51 e dopo un frettoloso tentativo di separare i banchi, giocando a rubare qualche centimetro agli angoli, le maestre hanno abbandonato ogni sforzo. Viene controllata spesso la temperatura e fino a metà maggio fu obbligatorio indossare le mascherine all’interno. Ora se il rischio è considerato basso non è necessario, dunque la scuola ha allentato le regole, molte maestre non la indossano mentre quasi tutti i bambini continuano a usarla, a volte anche per gioco. Ogni scuola ha stabilito una tabella di pause destinate al lavaggio delle mani e ogni pomeriggio una voce in interfono annuncia “è arrivata l’ora del controllo della temperatura”. La routine inizia alle 6.30 con la chiamata del “dragone” a tutti i genitori. Si tratta di una chat a cui si deve rispondere con un hashtag #dragone nome, numero di matricola, temperatura in Celsius e l’espressione “body is healthy.”  (“il ragazzo sta bene”). Ogni giorno alle figliolette di Peter viene controllata la temperatura almeno cinque volte. Peter lamenta di aver vissuto nel “terrore” del richiamo del dragone: buona parte di ogni mattinata era destinata a rispondere ad app di controllo per sé e per le figlie, compilare e inviare moduli all’università in cui doveva comunicare: stato di salute, temperatura e propri movimenti… Quando era capitato che a mezzogiorno non avesse ancora inviato i dati si era visto recapitare un gentile messaggio, stile passivo-aggressivo “ehi prof. come stiamo andando oggi?” Solo durante il primo mese di connessione al dragone, Peter ha ricevuto 1.146 weChat messages (direi un sistema un po’ ossessivo…). Peter, in buona compagnia (sicuramente la mia), si domanda il perchè di tutto questo teatro dal momento che dalle interviste da lui fatte ad alcuni epidemiologi, tutti sembrano concordare su quale ordine di priorità assegnare agli strumenti di controllo del contagio: l’unico veramente efficace è l’isolamento, qualcosa aiuta il distanziamento, praticamente nullo è l’apporto della mascherina. A tal proposito un epidemiologo di Shangai gli rivela che non si hanno dati utili a capire che effetto potrebbe avere sull’ordine pubblico, perchè, gli dice, l’uso della mascherina potrebbe alterare il comportamento. A conferma di tutto ciò il caso del grande magazzino Xinfadi a Beijing. La città era stata dichiarata freecovid a inizio giugno, dunque il centro riaprì ottemperando a tutte le linee guida del governo (maschera, misurazione della temperatura ed esibizione del certificato di buona salute – l’health code) ma vi furono subito più di trecento casi. Quello che più infastidì le autorità fu che gli infettati si resero conto da soli del problema e da soli si recarono negli ospedali. A seguito di questo fatto la capitale fu di nuovo parzialmente chiusa e furono eseguiti test su quasi 12 milioni di residenti. Oggi Beijing riesce a effettuare 400.000 tamponi al giorno. In conclusione a questi dati ci si chiede perché il governo imponga misure di sicurezza come la mascherina, il controllo della temperatura e di movimento se nella realtà non si è per primo mai davvero fidato, né affidato, di questi sistemi; al contrario qualora abbia ravvisato il minimo pericolo di diffusione del virus ha immediatamente preferito la via dura del lockdown.

Si ritorna anche a lavorare… Eccome!
Se nessuna fiducia fu concessa al cittadino nella gestione della propria salute, al contrario la ricostruzione del tessuto economico post-lockdown fu lasciata all’iniziativa personale della popolazione, senza particolari paracadute. Anzi il partito non ha mai concesso l’intervento di sindacati indipendenti a protezione dei salari, che sono stati tagliati pressoché in tutto il paese, e dei licenziamenti che sono avvenuti su grande scala. Ad aprile la Cina ha registrato la sua prima contrazione economica dalla fine della rivoluzione culturale del 1976. Diversamente dai paesi occidentali che hanno cercato di tamponare la crisi economica delle famiglie elargendo aiuti economici, il partito ha scelto di concedere maggiore libertà agli imprenditori perché trovassero soluzioni da sé. Ad esempio a Chendgu fu ri-permesso agli ambulanti di invadere le strade con le bancarelle. Questa pratica di commercio era stata comune fino agli anni 90, poi dismessa a favore del decoro cittadino. Molti raccontano di essere stati costretti alla strada a causa di un licenziamento da una posizione d’ufficio o di lavoro in fabbrica. In viaggio verso Hangzhou su Air China Peter conversa con un hostess. La donna racconta che lei e le colleghe sono pagate a ore di volo e che in questo modo ricevono un quarto del loro normale stipendio; per i piloti la riduzione può essere ben peggiore, fino a un decimo della paga usuale. Le persone raccontano con dignità, osservando che loro stanno comunque bene e sono salvi.

Percezioni dei e dai ragazzi
Alla sedicesima settimana dall’inizio della pandemia Peter e i suoi studenti possono tornare in classe. Le autorità attraverso i media scoraggiano il rientro e il professore riuscirà ad incontrare solo quattro di loro: Serena, Emmy, Fenton, and Sisyphos. Continuano gli incontri online con gli altri. Peter chiaccherando con loro, correggendo i loro lavori, rileva che con l’esperienza della pandemia la maggior parte dei ragazzi ha accresciuto la propria fiducia nel governo. Jiang Xilin, il giovanissimo informatico, sostiene che anche i più recalcitanti tra i suoi amici, quelli dell’élite, sono oggi molto più ben disposti verso le posizioni di Bejiing. La guerra commerciale tra Cina e States è ben presente nella propaganda dei due paesi e i ragazzi cinesi sono oggetto d’informazione mirata. Sono ben informati che in America ci sono stati molti più morti e contagiati che in Cina perché il governo ha preferito l’economia alla persona. Sono anche ben indottrinati a considerare la libertà come sacrificabile alla salute. Quello che non riescono a vedere è che il governo cinese non è stato per nulla disposto a cedere nel campo dei consumi, arrivando persino a fornire mascherine gadget con i pacchetti di sigarette. Le brave persone cinesi, spaventate dalle polmoniti da Covid, si erano impegnate a non fumare facendo crollare i consumi delle aziende statali. Peter non risparmia critiche al proprio paese d’origine ma rileva che a tanto negli States non si è arrivati. Tutti i suoi colleghi hanno lasciato il Paese e Peter confessa che qualche volta si è sentito preoccupato per le figlie, ad esempio quando furono bullizzate da un compagno. La maestra era stata però tempestive nel riequilibrare le cose offrendo belle storie della California. Le relazioni sociali all’interno della comunità sono rimaste le medesime di sempre, cordiali.

Le inchieste di Serena
Serena è tra gli studenti di Peter la più entusiasta e ricettiva alla materia giornalistica. La sua ricerca spazia da interviste svolte all’interno di una comunità cattolico-lesbica che si raccoglie attorno a un bar (l’area di Chendhu è tra le più aperte e tolleranti del paese) a una analisi sul campo delle commissioni di quartiere, cui si offrì volontaria tre giorni a settimana. È grazie al suo lavoro che siamo venuti a conoscenza della storia dell’elettricista Liu. Il quale dopo essere stato isolato in ospedale per una settimana, poi da negativo trascorse più di due settimane in hotel; una volta rilasciato fu messo sotto controllo, di lì ha poco risultò di nuovo positivo e quindi fu riportato in ospedale dove fu trattenuto per altri 65 giorni in isolamento. Alla richiesta di Serena di potergli rivolgere qualche domanda, la commissione di quartiere ha risposto per lui dichiarandolo psicologicamente ancora troppo provato dall’esperienza. Liu per l’influenza da Covid non è mai stato male. Grazie alle sue inchieste Serena ha scoperto che spesso le commissioni di quartiere avevano perseguitato omosessuali e dissidenti, ma dalla sua recente esperienza si è convinta che oggi sono tutte brave persone e che forse lo erano anche nel passato ma si erano trovate a svolgere compiti ingrati. A causa di un errore di Peter, Serena dovrà ripetere l’anno; egli se ne rammarica osservando come la ragazza gli rimane affezionata e grata nonostante tutto. Così  sono educati i ragazzi cinesi al rispetto sempre e comunque della autorità. Poche settimane dopo sarà lei ad organizzargli una festina di compleanno con palloncini e candeline e come dono gli consegnerà un album di fotografie dei suoi compagni di classe a distanza.

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