Nella sperduta Amazzonia si combatte l’infezione da SARS-CoV2 con le erbe e Internet

Dopo gli orgogliosi islandesi torniamo a trattare di popoli e minoranze etniche che nell’anno 2020 hanno affrontato la SARS-CoV2 da soli. La storia ci arriva dall’Amazzonia ecuadoregna dove un gruppo indigeno composto di sole 700 unità, di fronte alla concreta possibilità di estinguersi, ha reagito. Di fronte a risposte nulle o abiette del governo centrale i Secoya hanno scelto di rivolgersi alla cultura tradizionale indigena. Questo non solo li ha aiutati nel controllo dell’infezione ma potrebbe essere il primo passo verso una nuova consapevolezza del proprio valore e ruolo politico. Staremo a vedere, aspetteremo con le dita incrociate, perché ancora di più questa storia svoltasi in un luogo così lontano da tutto ci dimostra come è vitale per l’intera umanità conservare la biodiversità organica e culturale. Perché la soluzione o la risorsa giusta non sappiamo mai da dove possa arrivare e ridurci il mazzo di carte è davvero poco furbo…

Il motto “aiutati che il ciel ti aiuta” sembra proprio ben rappresentare il caso dei nativi Secoya dell’ Ecuador che, al contrario degli italiani seguiti ormai da tempo in ogni aspetto della loro vita pubblica e privata dai dpcm del papi Conte, si sono sentiti da subito abbandonati a loro stessi, al punto, come ci dice Jimmy Piaguaje (videomaker), da temere come prossima l’estinzione del proprio popolo. I Secoya Ecuadoregni contano solo 700 membri; quando ad Aprile scoppiò l’epidemia, che causò la perdita improvvisa di alcuni anziani, i capi tribù, di fronte alla reazione fiacca e poco interessata alla loro sorte da parte del governo centrale (più preoccupato di assicurare che le lucrative imprese dentro la foresta non subissero fermi e contraccolpi), capirono che se volevano sopravvivere dovevano reagire. Ben consapevoli che la morte di un membro anziano in una comunità tribale non comporta solo il dolore umano privato ma il rischio che un’intera cultura vada in pezzi e con essa l’identità dei suoi membri, già nel mese di maggio lanciarono una piattaforma online per tracciare e mantenere la comunicazione con ogni gruppo, anche i più remoti. Con questa organizzazione interna sono riusciti a razionalizzare le proprie risorse, indirizzando rapidamente piccoli contingenti di medici, tamponi e test sierologici, kits d’emergenza, ovunque si registrasse un inizio di focolaio. Nello scorso novembre la piattaforma aveva registrato circa 3.000 casi di SARS-CoV2 tra i nativi di dieci nazioni tribali (la solidarietà umana si era allargata oltre il popolo Secoya). Il coordinatore dell’osservatorio per l’Amazzonia equadoregna così si esprimeva: “in assenza di risposta, i popoli indigeni sono stati costretti a farsi carico del problema da soli”.

Ma la sfida più grande che il virus sconosciuto ha posto ai Secoya non è stata quella di apprendere e usare con intelligenza la nuova tecnologia globale, bensì quella di ritornare alle proprie origini, a una cultura fatta di conoscenze erboristiche e di trattamenti olistico sciamanici. In agosto una piccola spedizione, composta da un esperto erborista, due apprendisti (attivisti di una organizzazione non governativa impegnata a portare aiuto ai popoli del nord Amazzonia), Jimmy (regista) e Rinaldo (aiuto regia), partì alla volta della regione del Lagartococha all’estremo est del paese, con l’obiettivo di cercare e raccogliere erbe medicinali, e portarle ai malati. La Lagartococha è considerata la casa secolare dei Secoya; fu negli anni quaranta del secolo scorso che a causa di scaramucce di confine con il Perù l’area fu militarizzata e il popolo tribale fu costretto a migrare; una parte si rivolse verso l’ Ecuador un’altra verso il Perù. La regione è un immenso intrico d’acque paludose in cui domina maestosa la foresta pluviale.

Il viaggio d’identità
La vita ecologica dell’Amazzonia è in bilico e con essa una cultura millenaria. La foresta è la casa di un popolo indigeno di un milione e seicentomila individui, i superstiti di undici milioni precolombiani. Per questi popoli la foresta è tutto, e la sua rapida distruzione attraverso la ricerca mineraria e l’avvelenamento dei fiumi, e il disboscamento per far posto ai grandi allevamenti e alle piantagioni, li sta pian piano disperdendo. Durante il viaggio la piccola comitiva, a bordo di una lunga canoa dalle fattezze tradizionali ma motorizzata e di vetro resina, si è imbattuta in imponenti chiatte cariche di camion a loro volta carichi di grossa ghiaia destinata alla costruzione di strade dentro la foresta; a tratti, la piroga non ha potuto evitare la nera melma di alghe e piante fluviali in decomposizione.

Fortunatamente la Lagartococha è rimasta incontaminata (o quasi): una volta arrivati si rimane meravigliati dal groviglio di rami e liane, dagli strati di fogliami che ricoprono gli alberi e che paiono essere lì da migliaia di anni. Una volta piantato il campo, i nostri eroi si sono messi subito di buona lena a ricercare erbe medicinali e radici amarissime. L’erborista, Alfredo Payaguaje, spiega entusiasta le funzioni di ogni pianta: ecco il potente umu’co, l’artiglio del gatto, che aiuterà a controllare la febbre; una radice di ginger selvatico darà sollievo alla tosse mentre quella dell’albero di Cinchona, ricca di chinino, ridurrà gli stati infiammatori (non so a voi ma benché con nomi diversi la cura erboristica dei nativi mi ricorda, nei principi, i discorsi e le spiegazioni dei nostri medici).  Per Alfredo la foresta era come un supermercato all’aria aperta: alcune cose erano lì per nutrire, altre per essere ricombinate e darci rimedi. Una volta rientrati alla base la cura trovata è stata subito distribuita a tutti i membri Secoya e condivisa con altri gruppi tribali. Proprio l’aspetto di condivisione ha assunto per gli indigeni un significato importante perché se da una parte sono caduti i veli e le ipocrisie del governo centrale, che ha giudicato “servizi essenziali” le escavazioni e il disboscamento, dall’altra ha ridato fiducia a un popolo. 

Questo evento nella sua complessità potrebbe rappresentare una svolta per il loro futuro, perché da tempo soprattutto i giovani, incalzati dalla società “facile” dei consumi e del benessere, si sono dimostrati proni e lascivi. Lo squarcio operato dalla SARS-CoV2 potrebbe aver agito come un potente detonatore di coscienza. La scelta di salire sulla canoa e di partire all’avventura rappresenta la presa in carico del proprio destino; la ricerca delle erbe medicinali degli anziani ci racconta del viaggio, del singolo come della collettività, che perpetuamente e periodicamente, è necessario intraprendere per diventare adulti.

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